Un dibattito alla LUISS

Giovedì 15 dicembre 2005, nell’aula 6 della Luiss a Roma, c’è stata una tavola rotonda sul volume La crisi del sistema politico italiano e il Sessantotto, edito da Rubbettino per la collana Strumenti della Fondazione Einaudi di Roma: un libro di 600 pagine,  che è una ricerca attraverso una serie di 41 interviste ai protagonisti di allora coordinate da Giovanni Orsina e Gaetano Quagliarello, autori della corposa introduzione. Il dibattito in quell’aula mi ha fatto tornare in mente le aule dell’Università di Pisa e il prof. Faedo, matematico insigne e Accademico dei Lincei.  Molti decenni fa immancabilmente chiariva alle matricole del Corso di Analisi I : ” L’esperienza dice che è più agevole insegnare a chi di voi viene dal Classico e di matematica sa poco o nulla; con chi viene dallo Scientifico, occorre sacrificare qualche mese per cancellare tutti i concetti matematici sbagliati che gli hanno messo in testa”.  Temo che lo stesso rischio lo corrano quegli studenti di Scienze Politiche presenti alla Luiss che, in materia di liberalismo e in materia di movimenti universitari anni ’60, prendessero per buone le considerazioni  e  alcuni giudizi espressi dai due curatori del libro.

Il prof. Orsina, che è anche Direttore della Fondazione Einaudi, ha voluto obiettare su una constatazione di fatto del Presidente della stessa  Fondazione, Zanone. A proposito dei tre intervistati liberali – due Presidenti dell’Associazione Goliardi Indipendenti, chi scrive e Prosperi, e l’autore del libro di quegli anni  “L’altra ipotesi”, Marzo – Zanone aveva ricordato che l’AGI, in particolare con il libro di Marzo, aveva avanzato un’interpretazione culturale ed una proposta politica in chiave liberale alternative a quella della sinistra di potere operaio e in genere antagonista, anche se non nella linea malagodiana. Orsina ha affermato testualmente che l’episodio del libro di Marzo conferma il principio per cui tutte le sinistre, anche quelle liberali, finiscono per essere funzionali al disegno comunista. Personalmente, lo ho interrotto definendo la sua frase “culturalmente impropria e improponibile”, e  il prof. Orsina ha cercato di minimizzare ripetendo più volte che si trattava solo di una battuta. Resta il fatto che, soprattutto in una sede qualificata come un’aula universitaria di scienze politiche e addirittura dal Direttore della più strutturata fondazione di cultura liberale in Italia, anche solo una battuta del genere, così lontana dalla cultura liberale, non dovrebbe essere pronunciata, anzi neppure venire a mente.

Il prof. Quagliarello , che è anche Presidente della Fondazione MagnaCarta con Presidente d’onore Marcello Pera, è andato molto oltre. Ha reso esplicita fino alla spudoratezza la pretesa di individuare una forte continuità della presunta anima radicale del sistema politico, per lui acquisita nella lotta di liberazione e nella stagione costituente, con il movimento del ’68 ( ridotto alla componente più estrema), così da farne il ponte verso gli anni di piombo (metà anni ’70). Questa linea, già presente nell’introduzione, è in Italia il nocciolo della teoria conservatrice dura. Per poterla sviluppare, viene rimossa la realtà storica della DC dorotea degli anni ’60 e l’opera del suo massimo interprete, Aldo Moro. Trattare il sistema politico sempre e solo indistintamente, rende possibile prima suggerire che il sistema  non reagì con la necessaria decisione perché ebbe un eccesso di convergenza verso il movimento  e poi attribuire al movimento la gelata del processo riformistico allora in atto (?) e l’innesco del controllo dei partiti sulla società politica. Implicitamente si fa così emergere che l’unica via praticabile al cambiamento sarebbe affidarsi al potere illuminato. Tanto che, secondo il prof. Quagliarello, la via dissacrante seguita dal ’68 ha portato alla tragedia compiutasi dieci anni dopo, imperniata su tre dirigenti della FUCI anni ’30 ( Moro,  Papa Montini e il Presidente del Consiglio Andreotti), e all’avvio nel paese di un radicale antiamericanismo

L’interpretazione del prof. Quagliarello non corrisponde però ai fatti. Il modo di governare di Moro consisté nel voler assorbire nel blocco di potere esistente ogni spinta este.rna. Una linea conservatrice dichiaratamente fondata sull’equiparare PCI e PLI, che serviva ad inibire il ricambio dei gruppi dirigenti seppure al prezzo di bloccare le riforme e accentuare i difetti del centrismo. Le annose discussioni sulla riforma universitaria non approdarono a nulla perché non si doveva toccare il sistema di potere, che travalicava l’università. Per lo stesso motivo, il mondo DC non volle istituzionalizzare i parlamentini studenteschi, come chiesto dai liberali da dieci anni per aumentare i centri di democrazia. Il criterio imperante era discettare di valori alti e di grandi cambiamenti per lasciare immutato il più possibile. L’opposto del criterio liberale. E non si può scordare che lasciar crescere le agitazioni non era convergenza con il movimento,  bensì  il combinarsi  dell’intento di aggirare il PCI a sinistra  con  l’incubare la strategia della tensione, che sbocciò alla fine del ’69 dopo lunga gestazione. Ancora, se vogliamo confermare i valori del mondo libero occidentale, non si può scordare che l’antiamericanismo, di vecchio ceppo fascista e comunista, trovava nuova linfa in una politica USA che ricorreva anche a metodi di intervento assai spregiudicati, dal Vietnam alla Grecia.

Tanti giovani italiani avevano allora una forte volontà di cambiamento, non di rivoluzione. Poi, il ’68 ha lasciato ben poco, salvo la moda di parlarne. Perché troppi non imboccarono la strada del concreto riformismo liberale e perché ci fu il muro della volontà conservatrice del mondo democristiano. Ma non si può addebitare al ’68 il lascito degli anni di piombo. Il passaggio non fu opera esclusiva dei reduci utopisti rivoluzionari. Dettero una mano anche quei conservatori senza volto che tessevano la strategia della tensione e non facevano certo parte del variegato mondo delle opposizioni. Tanto meno di quella liberale.

Una domanda sorge naturale. In quali altre aule, quale altro professore si assumerà il compito del prof. Faedo con la matematica e illustrerà il liberalismo quale è e non quale vorrebbero che fosse i conservatori,  gli avversari più antichi e ricorrenti del liberalismo?

 

 

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