Su una recensione partigiana

La puntualizzazione di Tentellini su quanto avevo scritto commentando la Sua recensione, dimostra quanto sia pervasiva l’egemonia dei criteri del fondamentalismo conservatore in molti ambienti sedicenti liberali (sedicenti proprio al fine di poter render possibile l’utilizzo del paravento liberale da parte dei conservatori ).

Infatti Tentellini, tentando di evitare il nocciolo della mia argomentazione, cerca di sostenere l’insostenibile, e cioè:

1.- che il concetto di “provare” non è afferente alla sfera della politica ma a quella della attività giudiziaria. Tentellini dimentica ( o non lo sa?) che  il criterio del senso critico, del ragionare e dell’esperienza, sono aspetti fondanti e ineludibili della politica liberale.  Ho detto e ripeto che Tentellini non può definire il libro di De Lucia illiberale, dopo aver riconosciuto che riporta fatti veri, solo perché attacca Pera. Se Tentellini lo ha fatto e difende l’averlo fatto, significa solo che, nonostante lui ritenga di essere approdato sul continente liberale, continua a navigare, come faceva prima, nei mari dell’ortodossia antiliberale;

2.- che mentre uno scrittore o giornalista possono riportare i fatti pregressi, un dirigente di un partito politico nazionale, non può farlo, pena “la illiberalità metodologica”. Addirittura Tentellini scrive una frase che nella fattispecie è surreale “l’etica della responsabilità personale dovrebbe guidare, nel compiersi dell’azione politica, tutti i liberali (o almeno coloro che si fregiano d’esser tali) e, di conseguenza, il rispetto del ruolo politico che si ricopre e delle regole che ne limitano l’esercizio in base alle quali, la libertà non è arbitrarietà del “poter fare” ma – soprattutto- lo scrupoloso attenersi al confine di ciò che non si deve fare”.  Dunque, secondo Tentellini fra i politici il confine dovrebbe essere la regola del cane non mangia cane: un politico dovrebbe nascondere i fatti concernenti un altro politico qualora quest’ultimo potesse esserne danneggiato. Questo auspicio di Tentellini talvolta si realizza, sì, ma nelle cosche consociative. Il mondo liberale, per contro, è trasparenza e manifestazione delle proprie opinioni.

Raffaello Morelli

 

Commento su Liberal Cafè della recensione del libro “Siamo alla frutta”

Tentellini può pensare del libro di De Lucia “Siamo alla frutta-ritratto di Marcello Pera” il peggio possibile. Ma non qualificare il libro illiberale. Perchè il commento che ne fa Tentellini, è  inconsistente in punto di metodo e di indizi circa questo preteso illiberalismo.

Tentellini riconosce che “De Lucia ha confezionato con indubbia professionalità un dossier molto ben documentato ed articolato”. Dunque i fatti ascritti a Marcello Pera sono veri. Per Tentellini non costituiscono tuttavia prova. Perché il libro è “tutto costruito però sul bersaglio e perciò volto, a priori, a dare forza ad una tesi precostituita: la biografia politica di Pera “più che idealità o istituzioni, evoca il teatrante Leopoldo Fregoli, celeberrimo per le formidabili doti trasformistiche” e le sue sono “incredibili piroette mediante le quali è arrivato fino al vertice di Palazzo Madama”. L’avere questo bersaglio peraltro non muta i fatti. Tentellini non si arrende e obietta che analoghe operazioni di requisitoria si potrebbero applicare anche a Rutelli o a Pannella che nel tempo hanno cambiato pareri e posizioni. Dunque,  Tentellini sostiene l’opportunità di praticare l’ignoranza del passato. Non praticarla, per Tentellini significa “fare a polpette ogni residuo di metodo e pratica politica liberale” . A me pare che sia l’esatto contrario. Ma Tentellini non se ne accorge, impegnato come è nel rovesciare il significato politico culturale dei termini. Così, mentre denuncia che nel libro ci si ostina – con ossessività – ad invocare il termine “liberale” accanto alla laicità, al socialismo e chi più ne ha più ne metta” , attribuisce non alle contraddizioni di Pera ma all’irrilevanza dei laici, il vigore e lo spazio della politica confessionale. Evidentemente Tentellini non ha letto il discorso di Pera al Meeting dell’Amicizia e quelli successivi in America.

Con questi ritmi, diviene fuorviante anche la conclusione finale, in sé giusta. E’ vero, trascinare gli italiani ad un referendum sulla procreazione medicalmente assistita è stato un errore imperdonabile. Ma non perché fossero giuste le posizioni neo-clericali di Pera, bensì perché, con l’interpretazione costituzionale invalsa, veniva dato a quelle posizioni un vantaggio di circa il 30% dei voti. Il che, dei saggi avversari della legge, non avrebbero dovuto concederlo. Anche a costo di rinunciare al palcoscenico.

 

Raffaello Morelli

 

 

 

 

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