Chiarimenti chiesti da Aldo Mola

Sono tanti i motivi per cui  la FdL, tra l’altro l’unica aderente a Liberal International ( quella di Dahrendorf per dire, e dei primi ministri belga, danese, canadese, senegalese ad esempio ),  giudica Berlusconi un male per il liberalismo.
In parole povere e affastellandoli, una eccessiva concentrazione di potere ( che di per sé affievolisce il funzionamento del sistema, soffiando sul fuoco di antichi vizi italiani); una visione illiberale dei rapporti politici ( basti pensare alla pretesa, sostenuta da anni, di commisurare il diritto ai tempi di propaganda in campagna elettorale alla preesistente forza quantitativa dei vari gruppi, oppure all’idea che la maggioranza può tutto al di là del parlamento e degli equilibri di sistema oppure il rifuggire dal dibattito politico culturale e dunque da formazioni partitiche che decidano attraverso la partecipazione democratica oppure il confondere il governo con un consiglio di amministrazione oppure il perseguire l’apparire e il promettere invece dell’essere e dello scegliere); una precisa volontà ripetutamente e ciclicamente espressa di violentare il liberalismo dando ad intendere di rispettarne la mentalità quando è il prototipo del populista conservatore ( e di fatti lui lo sa benissimo e subito, fin dal 1994, ha perseguito l’ingresso nei popolar conservatori Europei ed ora propone correttamente di fare della Casa delle Libertà la casa italiana del PPE, peraltro pretendendo di gabellarla come liberale); l’aggravare con il proprio esempio e il non voler risolvere la pratica dell’endemico conflitto di interessi esistente nel paese ( di cui in Italia non si parla abbastanza, ma che in realtà è uno dei maggiori ostacoli ad un corretto funzionamento della nostra società ); l’essere il massimo sostenitore dell’illiberale teoria del “o di qua o di là” che ribalta la logica degasperiana ed einaudiana della scelta ragionata e motivata e fa regredire la politica alle lotte tribali non per organizzare al meglio la convivenza ma solo per accaparrarsi il potere; l’essere  un  europeista confuso e recalcitrante assai lontano dalla volontà di costruire passo a passo un’europa federale facendo creóscere progressivamente la partecipazione democratica di popoli ( non solo di stati) di cultura, storia, etnia, religione diversi  ma convergenti sul sistema della democrazia e dei diritti umani; l’aver schierato acriticamente l’Italia ( così riducendone la credibilità internazionale) a fianco della attuale Amministrazione USA in una operazione per imporre avventurosamente la democrazia in ossequio ad una visione messianico conservatrice.
Questi difetti sono acuiti dalla circostanza che l’uomo ha in altri settori – soprattuto in quelli della comunicazione, della gestione delle organizzazioni di cui è il capo-padrone e nella determinazione nel perseguire i  propri personali obbiettivi – delle capacità fuori del comune. I maggiori guasti politici che Berlusconi fa non sono a breve, sono di lungo effetto, nella cultura della convivenza che diffonde,  del tutto negativa ai fini di una società aperta e pluralista basata sull’individualismo di cittadini responsabili. Più si banalizza il problema Berlusconi sottovalutandolo , sbeffeggiandolo o magari demonizzandolo, più gli si lascia spazio, consentendogli addirittura di proclamarsi vittima, finendo  così per accettare di giocare sul terreno messmediatico da lui preferito. Berlusconi deve esser seguito passo a passo con progetti contrapposti e precisi nel merito, spingendo i cittadini a ragionarci su e a convicersi che il Berlusconismo è una risposta fuorviante e controproducente.
Siccome non veniva seguita questa linea, la FdL – che nel ’96 era seduta al tavolo dell’Ulivo – se ne è progressivamente distaccata, quando pure l’Ulivo era al governo e di fatto dopo l’ingresso nell’euro, l’unica  realizzazione di Prodi. Con l’ulivismo indistinto e con la continua rincorsa  alla sinistra antagonista (nonostante abbia un leader  raziocinante e impegnato nel fare proposte politiche) e al girotondismo altoborghese immerso nel sistema economico contiguo alle relazioni pubbliche, si possono forse scaldare i cuori di chi condivide queste propensioni ma è arduo vincere le elezioni politiche. Per farlo occorre costruire  una opposizione significativamente liberale che dia vita  ad un’alternativa credibile di idee e di programmi e quindi convincente per gli elettori più disposti al senso critico e più oscillanti. Solo per questa strada si può contribuire a migliorare l’organizzazione della convivenza ed anche riuscire a battere Berlusconi alle politiche del 2006 (noi lo diciamo da tempo, ora è confermato anche dai sondaggisti). A tal fine sarebbe assai utile valorizzare i liberali. E invece, che Berlusconi voglia toglier di mezzo o quanto meno nascondere il liberalismo, è normale e coerente, che non lo abbia fatto e continui a non farlo il centro sinistra ( dalla Cosa 2 alla Margherita si è preteso di proclamarsi direttamente e incredibilmente liberali ed ora si è messo in campo il polpettone della Grande Alleanza Democratica cui si chiede l’adesione senza aver prima aver neppure fatto il programma cui aderire )  è incoerente (almeno in parte) e di certo autolesionistico. La mia osservazione sul centro sinistra che continua a farsi del male si riferiva a questo quadro. E ragionava su un aspetto del quadro, l’ultima felpata diatriba tra Prodi e D’Alema.
Premesso che in parallelo al sistema elettorale maggioritario occorrono ( ed occorrevano ) tutta una serie di ritocchi e garanzie nelle regole parlamentari e non solo, che qui si omettono, le differenze sostanziali tra proporzionale e maggioritario  in un’ottica liberale ( che dunque non fuoriesce dalla democrazia rappresÅentativa e dal parlamentarismo ) consistono nel diverso spazio che viene dato agli eletti rispetto agli elettori e al governo rispetto al parlamento.
Con il proporzionale, viene privilegiata l’appartenenza ideologico organizzativa dell’elettore mentre la questione essenziale della maggioranza di governo viene lasciata al gioco degli eletti. L’esperienza insegna che in Italia questo libero gioco è finito per essere non molto trasparente ma soprattutto eccessivo, nel senso che non ha consentito un giudizio abbastanza incisivo sui comportamenti del governo e sui comportamenti politici dell’eletto. La degenerazione si è sviluppata esasperando queste caratteristiche. In questo sistema ferve comunque il dibattito, che serve a misurarsi e a formulare i distinguo necessari per posizionarsi in modo da coprire la variabilità del gioco.
Con il maggioritario, a due turni tipo francese, non si limita l’appartenenza ma si spingono i cittadini a fare la scelta dei grandi indirizzi di governo e delle persone da eleggere per costituire la maggioranza. L’esistenza di una piattaforma di coalizione (indispensabile per le alleanze al secondo turno ) da più peso al giudizio sui comportamenti  del governo e dei singoli eletti. La necessità di fare le scelte per il secondo turno tutela anche la vivacità del dibattito politico culturale e il ruolo attuale dei mezzi di comunicazione garantisce dai difetti che si manifestavano un secolo fà, trasformismo localistico ed eccessiva disinvoltura politica negli accordi di desistenza.  Questo era lo spirito più profondo del movimento maggioritario che si arenò nel mattarellum ( causa prima, con le sue distorsioni, dell’inaridirsi dell’elaborazione politica) con gravissima responsabilità di chi, come Segni, ascoltò il richiamo della foresta democristiana o di chi, la sinistra, restò avvinta alla logica del compromesso storico.
Dopo il ‘96, i popolari ( che al tavolo dell’Ulivo nel ‘96 erano stati battuti sull’introduzione della tesi n.1 nel programma con l’indicazione del maggioritario a doppio turno ) riuscirono a bloccarne l’attuazione in Bicamerale, dato che il sogno di tutti i democristiani, di qualunque coalizione, è il proporzionale e la delega “ampia” alla confraternita degli eletti. Berlusconi, che per anni è stato il corifeo del maggioritario, si è reso conto da tempo di avere un problema, non tanto per le pressioni proporzionalistiche dell’UDC o del Nuovo PSI quanto per il fatto che con il maggioritario attuale gli alleati minori di FI divengono “esosi” al momento della attribuzione delle diverse candidature.   Volendo risolvere questo problema prima delle politiche, sta pensando a qualche ritocco funzionale al suo interesse. Le soluzioni che sta esaminando sono diverse ( la scheda unica, il premio di coalizione insieme alla soglia di accesso, l’aumento della percentuale di proporzionale, che però implicherebbe la revisione dei collegi) e di queste quella della scheda unica pare la più semplice a raggiungersi (e adatta ad evitare richieste eccessive rispetto al proprio peso). Ma non è affatto priva di conseguenze strutturali. Potendo votare solo uno dei partiti all’interno delle coalizioni e trasferendo automaticamente il voto al leader (ancora indicato sulla scheda), l’accento viene inevitabilmente posto sul singolo partito componente e non sulla proposta politica della coalizione, che resta tale essenzialmente solo per la figura del leader , l’unico dominus dell’unità e del rispetto della volontà degli elettori, anche per quanto attiene l’arma dello scioglimento delle Camere . Il che,  unito alla proposta di riforma costituzionale avviata da Berlusconi, contribuisce a spingere sempre più fuori del parlamentarismo, come più volte ha sottolineato Sartori.
Quel  che più preme a Berlusconi nell’immediato è  che con questo sistema  la Casa delle Libertà potrebbe sfruttare meglio il fatto di essere potenzialmente avanti come somma dei singoli partiti della coalizione.  Chi si preoccupa degli equilibri complessivi del sistema non può essere proprio contento di tale prospettiva e per altro verso non lo è il centro sinistra. Prodi ha reagito con un fuoco di sbarramento dai toni  disgustati e  tirando vistosamente la giacca a Ciampi, all’insegna non si cambia la legge elettorale poco prima delle elezioni e a colpi di maggioranuza. Oggettivamente non pare una strategia efficace, visto che Berlusconi ha il diritto e la forza per procedere, anzi può apparire il solito abbaiare alla luna. D’Alema invece ha cercato un’altra linea di resistenza, quella di rimettere in ballo il maggioritario a doppio turno che ha il vantaggio di essere stato un tempo condiviso anche da Berlusconi e che salvaguarderebbe  le posizioni  politico  culturali  vere favorendo il formarsi delle coalizioni secondo le scelte dei cittadini e non delle caste partitocratiche ( tagliando così le unghie ai gruppi minori troppo rapaci nelle trattative del maggioritario secco e rilanciando il dibattito politico culturale). A me pare che la proposta D’Alema – anche se è una riprova degli insipienti ondeggiamenti dei DS che lasciarono perdere ai tempi della Bicamerale, così come lasciarono perdere  sul conflitto di interessi, davvero lungimiranti – sia più realistica e positiva. Ma resta il fatto che, in ogni caso, sarebbe stato preferibile che i due leader si parlassero e si sintonizzassero  prima di aprire l’ennesima diatriba. Anche per questo il centro sinistra continua a farsi del male e Berlusconi ringrazia.
Sperando di essere stato esauriente e, tenuto conto della complessità di questi argomenti, abbastanza sintetico nel fornirle il richiesto chiarimento, Le porgo i migliori saluti
Raffaello Morelli

 

Da  Aldo A. Mola a Raffaello Morelli, 8 dicembre 2004

Caro Morelli, e se poi vincesse Berlusconi  anziché Pecoraro Scanio, Di Pietro e Bertinotti e il goffo democristianaccio Prodi che male ne verrebbe per i liberali? Me lo potresti piegare in parole povere?
Giolitti era contro il proporzionale e contro il “prete intrigante” don Sturzo. E io sono giolittiano.
Grato di un chiarimento

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