La forza propulsiva della democrazia liberale

Sull’ultimo libro del prof. Panebianco, “Il potere, lo Stato, la libertà”, lo stesso autore e il prof. Cacciari hanno avuto un dibattito in cui hanno convenuto su un punto che ancora una volta fraintende il liberalismo .
Panebianco afferma che “il potere politico è essenzialmente ricercato perché dà sicurezza e promette ordine. Ma promettendo ordine e generando sicurezza crea anche le condizioni dei conflitti, quindi produce anche insicurezza. Da qui la sua perenne ambiguità.. non ci può essere libertà se l’ordine politico non è tale da garantire alcune condizioni che la favoriscono. Ma al tempo stesso è sempre anche una minaccia per la libertà individuale… D’altra parte la scuola liberale si rendeva conto che il potere politico svolge funzioni necessarie ed inevitabili.” Cacciari acconsente dicendo di pensare che questa “contraddizione è immanente nel principio stesso della democrazia. Perché essa si appella a quell’idea di individuo che è al centro del pensiero liberale… una sorta di imprenditore in piccolo..capace di assumere in proprio e responsabilmente un rischio… E quell’individuo, avvertendo il rischio, essenzialmente richiede protezione anche nella propria attività imprenditoriale…. Questa contraddizione è la ragione fondamentale della fragilità della democrazia e sta nell’antropologia del pensiero politico liberale, prima ancora che nella sua struttura “tecnica”. ” Altrettanto chiaramente, il prof. Panebianco si pone questo interrogativo in avvio del libro: ” Perché la società libera si è rivelata così difficile da realizzare ? Perché … la precarietà della realizzazione è apparsa così evidente a tanti contemporanei? E insomma, quali sono le cause che rendono la società libera, nelle sue rare incarnazioni storiche, così poco libera ?”.
Un simile approccio ai fondamenti del liberalismo è serio, ma non compie il passo decisivo per compenetrare la natura essenziale del liberalismo politico. Infatti non abbandona una antica gabbia, quella di perseguire l’illusione che esista da qualche parte un passaggio per raggiungere una convivenza armonicamente ordinata e immutabile tra persone libere dal bisogno e sicure in quanto appagate.
Le teorie politiche sul potere che non escono da questa gabbia, quando si applicano cominciano presto a confliggere con la realtà delle cose, richiedono sempre più forza per essere imposte e, in misura più o meno catastrofica a seconda del grado di robustezza del legame all’illusione, finiscono per collassare, talvolta lasciando le cose peggio di prima e in ogni caso con risultati molto modesti rispetto alle energie dedicate ad applicarle, magari da generazioni di “illusi”. La tipologia dell’illusione può essere varia, religiosa, per censo, per sangue, per appartenenza di genere, ideologica, militare, di controllo territoriale e così via, ma un fattore è comune. La volontà di rispettare il criterio dell’illusione in sé, anche contrapponendo una illusione ad un’altra, ma sempre con la promessa di progredire verso un rifugio sicuro e salvifico in un mondo fuori della diversità e del tempo. La cultura politica liberale, grosso modo negli ultimi quattro secoli, ha invece faticosamente elaborato a poco a poco (con un percorso parallelo all’evolversi del metodo scientifico, a mio parere non per caso) un approccio della convivenza e dello stato, che è diverso nel profondo.
Le teorie fondate sulla gabbia dell’illusione, partono dal definire il mondo come dovrebbe essere, sicuro e perfetto, promettono di condurre la società a quell’approdo, indicano nel potere la prima incarnazione di quella promessa, e perciò esigono che gli individui rispettino il potere onde poter debellare i nemici della promessa che è la verità. Il liberalismo invece non parte dal mondo come dovrebbe essere ma dal come è nella realtà, nei suoi duri vincoli naturali e con la sua popolazione di individui diversi tra loro nei pregi, nei difetti, nei limiti e pervasi di paure e preoccupazioni; propone di mettere al primo posto la libertà di ognuno di quegli individui e di darsi delle pubbliche regole perché ognuno possa esercitare al meglio questa libertà ( anzitutto disponendo di ciò che necessita per vivere) in un conflitto innanzitutto rispettoso delle divergenti ragioni dell’altro.
L’oggetto del liberalismo non sono i sogni e il dover essere bensì l’essere e le cose che il genere umano può provare e riuscire a fare adottando il conflitto secondo le regole, che equivale ad una forma di cooperazione inconsapevole e indiretta. Il liberalismo non promette, cerca di costruire le condizioni ottimali perché si possano trovare le soluzioni a problemi circoscritti ( anche se grandi) che possano valere per tempi circoscritti ( anche se lunghi) ma che restino in qualche modo utilizzabili anche dopo, quando saranno divenute obsolete. Ecco perché questa strada resta chiusa se si pretende di fare della fede una fonte legislativa.
Il liberalismo sperimenta nella realtà, consapevole dell’esistenza di limiti, che tuttavia non è detto siano fissati per sempre. Qui sta il motivo dell’importanza, per i liberali, dei programmi e dei comportamenti. Non per imporre un modello rigido ma per poter verificare giorno per giorno i risultati raggiunti e gli errori compiuti e provare a correggerli. Tanto più che il cuore evolutivo della società aperta è l’attività degli individui, che nel tempo si assomma in un patrimonio della società che dagli individui deriva e che agli individui deve di continuo ritornare. Come conseguenza del fatto che non aspira alla perfezione ed è consapevole dei limiti di ogni essere vivente, il liberale è al fondo ottimista, a differenza del conservatore. E’ convinto delle grandi potenzialità del metodo della libertà attiva. Lo è sulla base dell’esperienza. Il metodo liberale funziona. Funziona lentamente, in modo mai definitivamente stabile, in modo che scalda poco il cuore. Però non c’è stato mai al mondo un altro metodo che, come la libertà secondo le regole, abbia dato così tanti e persistenti risultati.
Nella società aperta il potere punta ad organizzare la convivenza con meccanismi adeguati alla vita e allo scorrere del tempo. Ora, non è l’ordine assoluto ciò che contraddistingue la vita, ma un insieme di determinismo e di variabilità , in parte casuale in parte conseguente all’attività dei viventi, in un equilibrio che si ridefinisce di continuo. In modo analogo, nella società aperta il potere non è un monumento che sfida il tempo, bensì un modo di organizzarsi imperniato sulla libertà del cittadino e con la funzione di permettere variabilità e cambiamento attraverso il conflitto secondo le regole. La libertà di ognuno è la decisiva forma di uguaglianza da promuovere tra esseri per il resto diversissimi. Farla vivere è il fattore essenziale, è l’unico progetto prefissato che il potere liberale persegue.
Nell’ottica liberale le istituzioni servono a dar trasparenza ed equità al continuo processo del fare le regole, di rispettarle, di adeguarle in modo da rendere effettivo l’esercizio della libertà. Nell’ottica liberale, il potere delle istituzioni è limitato, provvisorio e fisiologicamente insoddisfacente per un certo numero più o meno grande di cittadini. E non può che essere così. Con gran dispetto dei numerosi fautori della gabbia dell’illusione, nella seconda metà del novecento è stato dimostrato a livello scientifico che non è possibile, con coerenza logica compiuta, trasformare caratteri e preferenze individuali in un soggetto collettivo che sia definito dagli stessi caratteri e ordine di preferenze. Il che significa che è impossibile contentare tutti contemporaneamente e che qualunque potere è perciò destinato ad essere sostituito da nuovi e diversi poteri con nuove e diverse priorità. Ciò che conta è mantenere il ruolo prioritario della libertà e praticare scelte il più possibile conseguenti per realizzarla in qualche modo. Coloro che si battono perché questo accada, costituiscono il soggetto politico liberale, in Italia purtroppo molto minoritario.
Insomma, quella che a Panebianco e a Cacciari pare la contraddizione della democrazia liberale, la sua fragilità, ne è in realtà la forza propulsiva. La società libera è difficile perché è difficile modellarsi sulla realtà rinunciando al sogno, perché è difficile individuare le regole adatte e attivare il conflitto che le rispetti, perché è difficile accettare che la vera sicurezza è non pretendere il certo e il sicuro. E’ difficile ma porta a risultati migliori. La società libera appare precaria perché vuole affrontare quotidianamente le sfide della diversità delle iniziative e degli interessi, eppure così facendo evolve di continuo ed è più vitale di ogni altra forma di convivenza. La società appare quindi poco libera solo a chi confonde la libertà con l’onnipotenza, che può essere un miraggio entusiasmante, ma è il contrario della libertà.

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