Il dissappunto per il rimpiangere le utopie (a Riccardo Chiaberge)

Caro Riccardo,

Ti scrivo per manifestarTi   il mio disappunto per la prima pagina del prof. Bodei sul Domenicale di Ferragosto. Certo non per il suo autore, importante docente universitario, né per la sua qualità, di indubbio livello, ma per il suo contenuto o meglio per il messaggio che se ne ricava.

L’articolo è un inno alla presunta età dell’oro in cui dominava la convinzione di un futuro utopico. Più che una speranza, un appuntamento con la storia. L’autore – prestigioso intellettuale della sinistra colta e raziocinante ma lontana dalle problematiche della libertà – conserva un malinconico rimpianto degli ideali giovanili sconfitti nei fatti. Tanto che, quasi per consolarsi, osserva che sì “la marxiana società senza classi è sostanzialmente scomparsa dall’orizzonte delle attese” ma “al pari dell’avvento del liberale regno della libertà “. Ed è davvero singolare sancire questa equivalenza subito dopo aver scritto : “ le previsioni ideologicamente più accreditate non si sono finora adempiute. Sembra così trovare conferma la tesi di John Maynard Keynes, secondo cui “l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre”. Perché questa era appunto la tesi liberale con cui il liberale Keynes già allora sottolineava che il determinismo storico è solo un’utopia smentita dalla libertà umana. Oggi, è del tutto priva di fondamento qualsiasi equiparazione tra sistemi che promettono un futuro certo (sperimentalmente bocciati) e sistemi fondati sulla libertà e dunque sull’incertezza dei futuri possibili ( suffragati dall’esperienza storica).

Il prof. Bodei, peraltro, insiste su questo tasto. Lamenta che oggi “ l’avvenire riacquista la sua assoluta contingenza …. meno programmabile o, di nuovo, nelle mani di Dio”. E ammette che di conseguenza “sembra ormai a molti impraticabile il mito della trasformazione delle sofferenze patite nel presente per mezzo delle gioie fatte balenare nell’avvenire”. Tutto questo, rileva, induce alla “strategia di mettere a coltura intensiva il presente… , comporta la desertificazione dell’avvenire e rischia di creare una mentalità opportunistica e predatoria”. “ Non si intravvede né la realizzazione degli ideali di eguaglianza, né l’effettiva espansione della libertà ad un numero sufficiente di individui. Nascono e si diffondono così le frustrazioni”.   E si domanda come si possa “passare da una cultura della necessità a quella della congettura razionale e della complessità e incertezza “ e ancor più se “ l’attuale turbine degli eventi, la moltiplicazione degli attori sociali, lo sviluppo impressionante delle tecniche e dei saperi scientifici…lo strabismo tra integrazione e frammentazione, permettano ancora qualche credibile pronostico razionale di insieme”. “Nessuno appare oggi capace di fornire previsioni globali a medio raggio su cui fare affidamento”.

Insomma, il prof. Bodei avverte che la concezione utopica del futuro “sembra” non reggere più, ma non si pone il dubbio che la strada indicata dall’esperienza, il metodo della libertà, sia una cosa differente alla radice. Poi, con una cesura repentina, nell’ultimo capoverso scrive improvvisamente cose riconducibili all’esperienza della libertà : “ Abbiamo bisogno della memoria del passato come esperienza, dell’attenzione del presente teso a defuturizzare l’avvenire, ma anche, e indissolubilmente, della rischiosa apertura al futuro, della capacità di pensare il nuovo e il possibile”. La frase finale (“noi testardamente continuiamo ad andare avanti, riformulando le nostre aspettative. Del resto, cos’altro potremmo fare ? “ ) esprime icasticamente la cesura che c’è tra quest’ultimo capoverso e quello che lo precede.

Il messaggio di questo testo è, nella migliore delle ipotesi, un piegarsi, disperato e senza convinzione, alla fine delle certezze nel futuro, nella peggiore, un invito agli orfani di quelle certezze a saper attenderne il ritorno. In nessuna delle due, un richiamo alle tematiche della libertà di individui in relazione tra loro

Approfondire dichiaratamente i meccanismi della libertà è viceversa essenziale per sostenere quel rovesciamento di prospettive che è la vera lezione dei fatti e che consente di uscire da quella cultura che cementa la convivenza con l’utopia e con la promessa palingenetica, ambedue fallite. Al riguardo è anche paradossale e fuorviante il tentativo di accreditare l’idea “dell’avvento liberale del regno della libertà”. Il liberalismo è stato ed è una proposta politico culturale che pone innanzitutto la libertà, le sue esigenze, i suoi metodi, che propone di modellare analisi e comportamenti individuali sulla realtà sperimentabile (tutt’altro che positivismo) e che pertanto non blocca mai il tempo né fuoriesce dal suo scorrere. Contrariamente alla immotivata equiparazione del prof. Bodei, l’esperienza dice che il motore della evoluzione è la variabilità conseguente la diversità individuale e la libertà delle scelte. E’ con la variabilità che, attraverso la conoscenza, si affronta di continuo il determinismo ambientale, biologico e genetico in cui siamo immersi, per tentare di modificarne gli esiti inizialmente prevedibili. L’allargamento della libertà è un faticoso processo non definitivo. Il preteso “regno della libertà” è il fotogramma di un film estraneo al liberalismo.

Non si approfondisce la lezione dei fatti, se non si rileva apertamente che la libertà significa rinuncia in partenza a trovare una spiegazione a tutto e per sempre, proprio perché la vita reale non consente di determinare tutto e per sempre. E se non si rende chiaro che con ciò ci si distacca, nell’organizzare la convivenza, dalla mentalità religiosa, dal tradizionalismo e dall’utopismo che subordinano individualità e senso critico, in vari modi e misure, a sistemi comunitari pronti ad offrire illusorie visioni dispensatrici di sicurezza e di salvezza fuori della diversità e del tempo. L’esperienza ci indica che l’apporto individuale si sviluppa al meglio non con l’opportunismo predatorio ma convivendo con i propri limiti, avvalendosi della curiosità sull’ignoto e impegnandosi nel vivere operosamente la vita e la sua naturale conclusione. Il solo modo di vivere la pienezza della propria autonomia è la consapevolezza attiva dei propri limiti individuali, nella conoscenza e nel tempo. Se si è vivi, si vuol conoscere di più ma non si potrà conoscere tutto. Se si è vivi, si vuol utilizzare il tempo ma non si può essere padroni del tempo. Il voler conoscere di più è tutt’altra cosa dalla pretesa di voler conoscere tutto e per sempre; penetrare i meccanismi del reale non è unificare le leggi della conoscenza, bensì solo poter scegliere le scale di conoscenza, di tempo e di prevedibilità alle quali definire una probabilità attendibile delle diverse alternative possibili. Abbandonando la pretesa di fissare il futuro, forse potremo influenzarlo.

Per fare lo sforzo (credo doveroso) di favorire l’esercizio della libertà, è decisivo dire queste cose con chiarezza e senza rimpiangere le utopie rassicuranti. Ecco il perché del mio disappunto. Perché se anche la prima pagina di una pubblicazione così attenta alle cose vive del mondo nasconde a malapena i singhiozzi per quello che c’era una volta ……

 

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