Al Congresso dei Radicali

SALUTO al Congresso dei RADICALI ITALIANI , Roma

Sono qui per un saluto della Federazione dei liberali, unico rappresentante in Italia di Liberal International. Un saluto che è doveroso per il rigore e la responsabilità liberaldemcratica con cui le Vostre struutre telematiche hanno consentito la diffusione del nostro congresso lo scorso gennaio, svolgendo di fatto quel servizio publico ce non viene purroppo svolto dal servizio pubblico RAI ossessionato dall’audiencw w disertore dai suoi compiti
Ma sono qui – anche e soprattutto – per rivolgervi un invito che è un appello accorato e pressante ma non improvvisato. Già dalla scorsa estate ne abbiamo ripetutamente parlato con il Vostro Segretario e si è cominciato a seguirne la logica invitando Pannella, Cappato, Della Vedova ( Emma Bonino aveva altri impegni) ad intervenire al Seminario organizzato il mese scorso dai Giovani Liberali Europei qui a Roma. Hanno accettato ( li ringrazio di nuovo) ed è stata un’occsione per uno scambio di idee sul come fare in Italia una politica capace di rafforzare le posizioni di chi mette la libertà dei cittadini prima di tutto.
E’ su questo che verte l’invito. E’ un appello accorato e pressante appunto perché prendiate in seria considerazione l’opportunità – io direi la necessità – di mettere in cantiere l’alleanza, il raggruppamento, il contratto di tutti coloro che , seppure in modi diversi non solo per la loro singola individualità ma anche per quella del movimento di appartenenza, sono accomunati dai valori cardine costitutivi della libertà civile – vale a dire autonomia individuale, laicità delle istituzioni, diritti civili a prescindere da razza, sesso e relisione,mercato secondo le regole, libertà di stampa, di parola, diorganizzazione, equità sociale e delle condizioni di vita, globalizzazione dei diritti, della conoscenza, della democrazia – affinché questi valori progressivamente divengano patrimonio di quei milioni di esseri umani tuttoggi prigionieri della mancanza di libertà.
L’allearsi, il raggruparsi di tutti coloro che mettono la libertà prima di tutto sta divenendo di giorno in giorno più urgente in un paese attanagliato nella morsa dei conservatori ( sempre più aggressivi e inclini al clericalismo), di una sinistra antagonista (portatrice di una visione arcaica e illiberale) e di una sinistra eterna aspirante di governo (dedita a rincorrere le parole d’ordine degli antagonisti e sempre più incapace di elaborare una proposta non si dice liberale, ma semplicemente dignitosa per i problemi italiani).
L’alleanza, in nome di una proposta politica organica per la libertà, dei liberali, dei radicali, dei pattisti di Segni e di Scognamiglio, dei repubblicani, dei nuovi riformatori veneti, degli ambientalisti non fondamentalisti, di tutti coloro che abbiano maturato la convinzione che non esiste alternativa alla libertà prima di tutto per consentire lo sviluppo – perché come dice Armatya Sen, lo sviluppo è libertà – l’alleanza di tutti questi cittadini e movimenti significa acquisire la consapevolezza che le reciproche differenze, che ci sono, sono infinitesime e polticamente trascurabili se paragonate alle differenze assai rilevanti e talora inconciliabili che esistono con gli altri.
Noi con la libertà costruiamo pace e benessere; gli altri si illudono che la libertà sia un sottoprodotto della pace. Come ha detto pochi giorni fa lil Congresso dell’Internazionale a Dakar, un mondo basato sui valori liberali offre la miglior garanzia per la giiustizia e la pace universali. Ne è l’esempio proprio il Senegal, paese a maggioranza musulmana che, con le lotte e il carcere dei liberali per deceni, si sta riformando in chiave di secolarizzazione liberale.
Noi di questa area, per raggiungere e promuovere la libertà e i valori connessi e deerivati, siamo stati e siamo sempre molto attenti a non usare sistemi e marchimgegni che contrastano con i valori da raggiungere. Appunto perché, come ha riconosciuto stamani Emma Bonino, la democrazia non si esporta. Molti altri, a cominciare dall’aministrazione Bush, tendono a scordarsene.
Noi di questa area, comabttiamo i dittatori sul metro della libertà negata e non li classifichiamo come Berlusconi sul numero dei morti.
Noi di questa area, ci battiamo percostruire condizioni di vita migliori ovunque dando concrete indicazioni operative a cominciare dall’emblematico impegno per la ricerca e l’innovazione, e non profetando utopie, come i noglobal, che nella storia sono state sempre il lancio per strozzare la libertà individuale; ma neppure predicando l’indistinzione delle culture e delle idee come contorno della demonizzazione dell’avversario politico, sostenuta dal nebbioso coacervo ulivista , di cui la lista unica è la plastica icona, e che non contenta sostiene anche l’irrilevanza politica della distinzione tra mentalità religiosa e mentalità laico liberale.
L’urgenza di una simile alleanza ha radici antiche ma si nutre di sempre nuovi scempi, che in questo periodo è purtroppo facile elencare, dalle vicende sul divorzio veloce a quelle della sentenza dell’Aquila, fino alla diffusione epidemica del conflitto di interessi che ammorba le condizioni della convivenza. L’occasione per cogliere questa urgenza esiste e sono le Europee 2004. Un’occasone sotto almeno due aspetti importanti.
Il primo è il fatto che il sistema dei filoni culturali è valorizzato dal sistema proporzionale. Sia chiaro, noi liberali, come gli altri in quest’area salvo il PRI, confermiamo la nostra convinta adesione al maggioritario quando si tratta di fare una scelta di governo; ma quando, come in Europa, non si tratta di votare un governo – perché questa prospettiva è purtroppo ancora lontana – allora è giusto che vi sia il proporzionale e dunque si contino i filoni culturali. Inoltre i filoni culturali sono valorizzati anche dal quadro ambientale mediatico che pure in Italia ha cominciato a far trasparire che già oggi non si può negare l’esistenza di un terzo gruppo europeo, quello liberale.
Il secondo importante aspetto è l’esistenza di un programma organico dell’ELDR che verrà votato al prossimo Congresso di Amsterdam e che ha un’evidente consonanza con le vostre propposte nella ispirazione di fondo e negli specifici punti ( dalla tesi di rappresentare tutti i paesi aderenti nella Commissione, alla volontà di far crescere il tasso di democrazia delle istituzioni dell’Unione, alla forte attenzione per il dramma ceceno, al riconoscimento che tra USA ed Europa vi deve essere collaborazione, non sudditanza o contrapposizione). Naturalmente, come strenui utilizzatori del metodo critico, ben cogliamo le distinzioni che ci sono tra noi. In quello che è uno dei principali temi del vostro congresso “L’Europa ademocratica della convenzione” che arriva poi nella versione di Pannella all’Europa antidemocratica della convenzione, si coglie il vostro maggior scetticismo, le vostre maggiori riserve rispetto alla nostra posizione. Tuttavia se questo tema si intende come una constatazione e non come un anatema , penso non vi siano proprio problemi a lavorare insieme. Del resto, come ci diceva a noi giovani liberali quaranta anni fa Gaetano Martino, l’Europa si può fare e si farà solo un passo alla volta. E’ tipico dei liberali essere sempre in tensione verso la libertà e il cambiamento per avvicinarla senza far venir meno la indispensabile determinazione. E dunque è normale essere insoddisfatti per un’Europa che in politica estera è impalpabile ed è affetto da gravi limiti nella capacità visiva nello scorgere tante questioni internazionali a cominciare da quelle del medio oriente. Di certo si ha un’Europa che è cresciuta faticosamente, che non è l’Eldorado, ma che costituisce già un enorme progresso rispetto alle origini e un grosso passo in avanti verso l’idea dell’Europa federale. Sono convinto che le vostre critiche all’Europa sono quelle di chi freme per ottenere di più, non di chi si propone di far saltare tutto all’insegna del leninistico tanto peggio tanto meglio.
E poi vi è tra noi un sostanziale consenso anche sull’idea dell’organizzazione mondiale delle democrazie che vi vede come indubbi protagonisti. Bisogna riuscire a passare dallìONU come tavolo di compensazione, che quasi sessanta anni fa era un impotante passo avanti e che ora è insufficiente, alla progressiva introduzione del parametro della democrazia nei rapporti internazionali che ai giorni nostri è un’esigenza sempre più forte.
Sono consapevole – noi della FdL lo siamo – e comprendiamo che il vostro rapporto di radicali con l’ELDR è un po’ quello di un amore non ancora compreso. Siamo con voi nel ritenere assai singolare che l’ELDR sia stata così fiscale con i radicali e così accondiscendente con i nipotini di Andreotti e i discendenti di Torquemada. Ma vi pregiamo caldamente di non drammatizzare e di scommettere sulla ragionevolezza liberale per arrivare presto all’amore compreso e corrisposto. Adottare la filosofia della volpe della favola e concludere frettolosamente che l’uva non è matura, sarebbe controproducente nonn per voi, ma per tutto il mondo liberale, italiano ed europeo. Del resto, tornando alla carica – magari con una preparazione diplomatica più articolata e con l’intervento anche di alcuni di noi come Beatrice Rangoni Machiavelli (nominata dal Congresso di questi giorni a Dakar Patron di Liberal International , diciamo senatore a vita, in un ristretto gruppo con Simone Veil e Ralf Dahrendorf) si potrà riuscire. Specie se alla testa dei parlamentari europei della alleanza italiana.
So che alcuni di Voi hanno la preoccupazione di non far apparire questa alleanza come la ripetizione della lista PLI-PRI-Radicali del 1989. Ma il paragone non regge perché non solo sono del tutto differenti – oggi più favorevoli e più mature – le condizioni di contorno ambientale politico, ma soprattutto perché è differente, molto più ampio e generale, il messaggioa tutto il mondo liberaldemocrqatico che sarebbe il DNA dell’alleanza. Un messaggio non solo rivolto a tutti coloro che di questa cultura tradizionalmente fanno parte ma anche a coloro che vengono da altre esperienze e che hanno scoperto la grande forza rivoluzionaria del liberalismo, come potrebbe essere con chi con i suoi referendum, insieme al mondo liberale e radicale, ha dato una spinta importante al cambiamento; che poi non ha imboccato la strada giusta ma che è servito a rompere un mondo ormai asfittico.
Questo messaggio è coerente con l’impostazione di fondo liberale, radicale, liberataria. Lo è perché non presuppone una situazione statica in cui idee, interessi, bisogni,condizioni sociali e proposte di governo sono immutabili e le coalizioni politiche sono castelli chiusi che cercano di attirare proseliti nelle proprie mura per celebrare i propri fasti. Al contrario. Il messaggio che dovremo dare con questa larga alleanza è quello di assecondare il movimento di milioni di cittadini individui che in un incessante confronto tra di loro fanno maturare ide,, interessi, bisogni, condizioni sociali sempre nuovi cui le coalizioni politiche, che si candidano al governo, hanno il doveredi dare risposte con precise proposte che coinvolgano quella parte di elettorato che non è ipnotizzata dalle mode ed è disposta a fare criticamente la differenza.
Per lanciare questo messaggioi, forse i mezzi disponibili saranno inadeguati alla sua importanza. Ma intanto puntiamo sulla capacità innovativa del metodo, dei comportamenti, delle proposte operative che contiene nel segno della politica liberaldemocratica. Certo, predisporsi a lanciare questo messaggio implica il definitivo abbandono di un atteggiamento da consigliere del principe, che riduce la propria funzioine democratica allo studio e alla preparazione di progetti da sottoporre appunto all’apprezzamento sovrano del principe. Compito nobilissimo ma exttrapolitico, soprattutto extra politica liberale.Contrariamente ad una leggenda metropolitana, il pensiero liberale è sempre di governo – ha ragione Emma Bonino – nel senso che l’uso costante del metodo critico lo può portare all’opposizione anche a lungo ma solo e sempre in chiave costruttiva per prefigurare la proposta politica correttiva con cui raggiungere una futura maggioranza.
Del resto, il liberalismo è stato quello che ha inventato il sistema di contare le teste e non di tagliarle.Per cui sarebbe ben strano se proprio noi, tutti noi di questa area, rinunciassimo a proporci in prima persona per essere attori della politica, non solo funzionari consiglieri. Perciò occorre intanto cogliere l’occasione delle Europee 2004 per dar voce agli italiani disposti a mettere la libertà innanzitutto. Una voce diretta, non attraverso quella di altri parlamentari che dicono di fare certe battaglie senza però mai mettere in pratica il metodo e i principi liberaldemocratici o , se lo fanno, lo fanno magari con oltre dieci anni di ritardo ( penso alla vicenda dell’antiproibizionismo sulle droghe e alla posizione dei socialisti, solo oggi approdata al nostro mondo). E per riuscire a dare questa voce, bisogna che in questa alleanza ci si stia tutti insieme perché solo così, mettendo insieme chi ieri non lo era, diamo credibilità al senso profondo del nosstro messaggio di liberaldemocratici. Avvertendo una distinzione rispetto a chi riduce questa necessità di stare insieme ad un mezzo tecnico per potersi meglio mettere nella vetrina delle offerte dalla quale la destra o la sinistra farebbe la sua scelta. Noi dobbiamo stare insieme , fare politica in prima persona senza deleghe o mediatori, per fare noi in prima persona la scelta degli alleati di coalizione che il maggioritario rende necessaria. Noi non voglamo riprodurre la situazione, come coon la DC di una volta, di fornire solo una possibilità alternativa al potente di turno nelle sue trattative di potere , magari per calmierare i prezzi. Noi ci dobbiamo proporre di far convergere sulle nostre idee e le nostre priorità il fulcro delle future coalizioni tutte da ricostruire. Il fulcro deve essere la libertà dei singoli cittadini ovunque sulla terra. Deve essere l’idea del cambiamento nel tempo, superando ogni vecchia idea che parte, vive e si esaurisce nell’immobilismo o all’insegna dell’utopia.
Per raggiungere questi obiettivi, alle Europee 2004 dobbiamo riunire insieme noi e tutti coloro che mettono la libertà prima di tutto. Secondo un vecchio detto, noi dobbiano fare quel che si deve, e poi attendere fiduciosi che accada quel che può.

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