Dichiarazione spontanea al Tribunale di Caltanissetta

Le rilevanti questioni tecnico procedurali che il difensore ha sollevato e potrà sollevare, ovviamente non rientrano nelle mie competenze né processuali né di esperto. Ho chiesto peraltro di rendere questa mia dichiarazione spontanea  per  illustrare, secondo le mie competenze, quello che ritengo il fulcro della causa, e cioè l’impossibilità di decidere questa causa senza aver prima focalizzato con estrema precisione i principi politici, culturali e istituzionali che essa investe ( esigenza, questa mia, che appare ancor più indispensabile alla luce della ordinanza emessa poco fa dal Tribunale e già in precedenza predisposta).

 

1. – Il Comunicato Stampa, solo un atto politico. Mi sono posto in tale prospettiva già all’udienza preliminare, quando produssi copia integrale del comunicato stampa che ha dato indirettamente origine alla causa e che fino ad allora non era  stato mai letto né dal querelante né dal PM.  Con questo atteggiamento collaborativo volli appunto  far  toccare con mano al Tribunale sia il fatto che nel comunicato originale non veniva mai nominata per nome e cognome la persona fisica del querelante  sia il fatto che la critica rivolta all’atto-ordinanza nel comunicato aveva l’esclusivo carattere di critica politica in nome e per conto della Federazione dei Liberali, membro italiano dell’Internazionale Liberale, di cui  ero allora e sono attualmente Segretario Politico, come riportato sul Who’s Who di Liberal International.

1.a – Nessun riferimento alla persona. La circostanza dell’assenza di qualunque riferimento alla persona intesa come soggetto distinto dalla funzione pubblica svolta, è un dato di fatto essenziale. Da un lato comprova l’assoluta mancanza di intento di recare oltraggio alla persona nella sua integrità umana e nella sua riconoscibilità sociale e dall’altro mostra anche la cura nell’ evitare che una critica politica inerente l’amministrazione della giustizia si trasformasse in una contrapposizione  personalistica. Non possono essere certo addebitate al sottoscritto estensore del comunicato le sommarie citazioni fattene dai giornalisti, consapevolmente o meno, a fini commerciali di drammatizzazione massmediologica. Né può essere addebitata al sottoscritto estensore del comunicato  la lettura emotiva e superficiale fattane dal querelante che, perfino nella sua deposizione anni dopo, lo scorso maggio – cosa certo non sfuggita al Tribunale – pur disponendo del testo integrale del comunicato, continua a confondere il testo reale con quello da lui immaginato (vedi la deposizione del querelante in data 16 maggio 2000, pag.12) , confusione forse attribuibile al riflesso condizionato del ripetuto esercizio della querela verso terzi richiamato dal querelante stesso (vedi la deposizione del querelante in data 16 maggio 2000, pag.14).

Sostenere che sarebbe irrilevante l’assenza di qualunque riferimento alla  persona intesa come soggetto distinto dalla funzione pubblica svolta, equivale al rifiuto di tale distinzione (di fatti, se tale distinzione fosse accettata, non si potrebbe negare l’importanza decisiva dell’assenza di riferimenti alla persona). Ora rifiutare tale distinzione  è un preconcetto, non il portato di una valutazione complessiva della figura del magistrato. Dalla legge emerge in effetti che la figura del magistrato si  distingue tra la persona e la funzione; tanto che, in materia di responsabilità civile,  oltre per i casi di dolo,  sussiste la responsabilità personale del magistrato solo per colpa grave – l’aver commesso determinati  errori di diritto o di negligenza nella procedura, cioè per  comprovabili carenze nel comportamento o nella preparazione tecnica della persona – mentre non sussiste responsabilità civile per atti concernenti la funzione di magistrato esercitata senza errori di diritto e di procedura, al di fuori della colpa grave, come per l’interpretazione di legge e la valutazione delle prove.

Risulta così ben chiaro che il magistrato come persona e il magistrato come funzione non sono lo stesso soggetto. Di conseguenza, una critica politica alla funzione di magistrato è cosa distinta da una critica individuale alla persona che quella funzione svolge. Ed è arbitrario trasformare una critica del primo tipo in una critica del  secondo tipo. Perché questa trasformazione divenga legittima, occorrerebbero precisi riscontri di prova sulla volontà da parte di colui che ha svolto la critica di aggredire la persona nelle sue caratteristiche individuali  ( di cui nella fattispecie non v’è traccia)  o quanto meno sul fatto che la critica politica contenga specifiche e gravi valutazioni negative talmente individualizzate da costituire inevitabile disdoro sociale per la persona che ha esercitato la funzione criticata ( il che, stando al testo del comunicato de quo, è del tutto assurdo, non essendo formulato a carico della persona alcun addebito socialmente riconoscibile e portatore di disdoro, sia perché manca la citazione nominativa sia per la tipologia impersonale dei giudizi di principio espressi). Riassumendo, nella questione in causa non si può non riconoscere che la critica è rivolta non alla persona ma solo all’atto-ordinanza, con la conseguenza che non è legittimo attivare un atto personale, quale è la querela, che rientra esclusivamente nella sfera della persona.

Desidero infine far osservare che il confondere tra il magistrato come persona e il magistrato come funzione, può sì essere un mero atteggiamento stravagante fine a sé stesso, ma obiettivamente si pone sulla strada dell’attribuire alla magistratura ruoli che ad essa non competono. Non a caso il non voler distinguere tra il magistrato come persona e il magistrato come funzione è  un atteggiamento tipico e consequenziale di quella scuola di pensiero secondo cui i magistrati sarebbero una cerchia di optimati sovraordinata alle istituzioni  e destinata a fungere da Camera di ultima istanza per le decisioni sul bene pubblico. E tale scuola di pensiero, seppur seguita da ben noti magistrati, di cui il più conosciuto è il dott. Borrelli di Milano, delinea comportamenti e attitudini interpretative decisamente in contrasto con i fondamenti liberaldemocratici della Carta Costituzionale, imperniata sulla sovranità popolare secondo la legge e sulla divisione dei poteri.

1.b – Una critica esclusivamente politica. Che la critica rivolta all’atto-ordinanza abbia l’esclusivo carattere di critica politica in nome e per conto della Federazione dei Liberali, è l’altro dato di fatto essenziale collegato sinallagmaticamente al primo.

Da oltre trenta anni, i liberali sostengono il valore preminente della legalità nella vita civile – e ancor più in quella politica – come condizione necessaria di democrazia, di partecipazione e di trasparenza nella gestione pubblica. Per quasi un quindicennio, le nostre richieste e proposte ispirate a questo valore sono state oggetto quasi di dileggio  dal governo e dall’opposizione di sinistra perché tacciate di costituire una pretesa illuministica: quella di dare alla politica regole formali  rinunciando, per gli uni, a privilegiare le esigenze prioritarie della lotta al comunismo oppure, per gli altri, ad intervenire direttamente nello scontro ideologico e di classe. Allora  la magistratura non corrispondeva appieno alla sua funzione e, particolarmente sensibile agli interessi dei gruppi dominanti, faceva non di rado prevalere le ragioni del Governo , dell’Amministrazione e dei seguaci della maggioranza, sulle ragioni della legalità. In seguito, all’inizio degli anni ‘90, quando le mutate condizioni politiche internazionali, e poi nazionali, hanno allentato il clima di condizionamento, la magistratura ha finalmente cominciato a ricuperare con decisione il suo ruolo di garante della legalità non rinunciando a perseguire i potenti. Ma presto è emerso che, ancora una volta, la magistratura non corrispondeva appieno alla sua funzione, perché parti consistenti di essa tendevano a conseguire non la giustizia dello Stato di Diritto, bensì una giustizia sostanziale (giustizialismo) ricorrendo a strumenti inquisistori , trascurando i diritti individuali e facendo del processo uno strumento improprio di lotta al crimine.

Questo è stata, fuor di ogni possibile dubbio,  la cornice politica, culturale e comportamentale in cui si inquadra il comunicato stampa di cui qui si tratta. I liberali sono stati sempre per la giustizia e contro il giustizialismo, per il processo nelle aule e non  nelle piazze fisiche o virtuali, per il giudice terzo tra accusa e difesa,  per la presunzione di innocenza fino alla condanna e dunque contro l’abuso della carcerazione preventiva, per la legalità intesa come rispetto delle regole nei rapporti interpersonali, privati e pubblici, e non come diritto all’inquisizione in nome di un presunto bene pubblico. Di queste idee la Federazione dei Liberali è stata costantemente portatrice, tanto da contribuire fattivamente ad una presa di distanza della coalizione dell’Ulivo, di cui era uno dei partiti fondatori in quell’estate del 1995, dalle posizioni giustizialiste che fino ad allora erano prevalse nella sinistra. L’atto-ordinanza del Giudice di Palermo confligge frontalmente e in più punti con le idee liberali. E l’emissione del comunicato stampa era un’iniziativa pressoché obbligata da parte del sottoscritto come Segretario Politico della Federazione dei Liberali, sulla scia dei predecenti comunicati critici nei confronti del dr. Borrelli, del dr. Di Pietro e del pool di Milano e prima di una lunga serie di analoghi comunicati critici emanati nei mesi successivi. Dietro quel comunicato non è possibile presupporre alcun riferimento o collegamento alla specifica individualità del magistrato (peraltro mai da alcuno formalmente ipotizzato). Anzi, è proprio per questo contrasto forte con le idee liberali che  nel comunicato stampa, seppur nella sinteticità richiesta dallo strumento tecnico, venivano illustrate, motivatamente e in dettaglio, le gravi pecche delle decisioni assunte dall’ordinanza e del loro quadro di riferimento.

La natura esclusivamente politica della critica risulta del tutto evidente da una lettura appena “normale”, vale a dire né frettolosa né indispettita né fuorviata da titoli e considerazioni altrui sui giornali completamente estranee al comunicato stampa. Eppure per fornire al Tribunale un riscontro ed una conferma di tale natura, il mio difensore aveva richiesto la citazione di una serie di importanti personaggi della politica, dell’avvocatura e della televisione nonché degli autori degli articoli su cui si basa il querelante. I primi avrebbero dovuto ribadire le caratteristiche delle posizioni liberali e la loro continuità, la virulenza dello scontro politico all’epoca della vicenda Mannino, i toni di scandalo con cui alcuni canali TV ( RAI in prima fila ) avevano presentato l’atto-ordinanza, che per alcuni passi era giudicata finanche dall’Unità travalicare i confini processuali, così come dal Corriere della Sera che scriveva “nella sua ordinanza il Gip non affronta solo la querelle sotto l’aspetto tecnico giuridico, ma esprime anche valutazioni dal taglio prettamente politico”, che poi, leggendo il testo di questo e di altri articoli, si ricavano essere da un lato le considerazioni del Gip contro l’ampio movimento di opinione pubblica pro-Mannino ( che lo avrebbe illuso sulla sua possibilità di essere liberato provocandone così la disillusione foriera di pensieri suicidi) e dall’altro l’atteggiamento cinico con cui l’abnorme dimagrimento di Mannino veniva valutato un vantaggio per la salute (argomento riportato ampiamente dal TG2) ; il tutto al fine di sottolineare la pura motivazione politica del comunicato stampa, inquadrato in precedenti analoghi e originato da una notizia di rilievo nell’informazione televisiva. I secondi, gli autori degli articoli, avrebbero dovuto ribadire la circostanza che il sottoscritto non aveva avuto alcun contatto con loro e tanto meno aveva suggerito di trasformare la propria critica politica all’atto-ordinanza in un attacco alle capacità intellettuali, morali, professionali della persona che ne era stata l’estensore. Ma, come è ben noto al Tribunale, questa richiesta è stata rigettata in toto perché  “l’esame richiesto non è necessario ai fini della decisione” (ordinanza del Tribunale di Caltanissetta in data 16 maggio 2000).

Rimane dunque implicitamente assodato che il Tribunale è già convinto della natura esclusivamente politica della critica ed anche della circostanza che non vi sia stato nessun contatto diretto con i giornalisti autori degli articoli che hanno irritato il querelante (sarebbe infatti davvero increscioso che il Tribunale, pur non ritenendo di per sé evidente questa natura politica o l’insussistenza di contatti con i giornalisti, abbia voluto negare all’imputato gli strumenti capaci di corroborare la sua  difesa). E stante la natura esclusivamente politica della critica, non credo necessario ripercorrerne passo passo il merito, anche in relazione alle vicende Mannino, dal momento che in uno stato democratico – come ben noto al Tribunale – il merito di una critica politica non può essere assoggettato a giudizio processuale penale.

Appurato che il comunicato stampa non contiene riferimenti alla persona del querelante, appurata la distinzione tra il magistrato come persona e il magistrato come funzione, appurata la natura esclusivamente politica della critica contenuta nel comunicato, ne deriva che la querela, se basata sulla presunta diffamazione alla persona del querelante, è infondata. Oppure, che la querela è basata su altri motivi.

 

2. – La  criticabilità  degli  atti  di  un   magistrato –  Prendo ora in esame l’unica altra possibile base della querela: l’idea che gli atti del magistrato, nella fattispecie l’ordinanza, non possano essere criticati o che  possano esserlo solo a certe condizioni e modalità. Un’idea che sorge il dubbio possa essere il reale motivo della querela, visto che il querelante ha riconosciuto che il comunicato si riferiva all’ordinanza ( vedi testo registrato, pag.14, della deposizione del querelante in data 16 maggio 2000 nel riassunto fattone dal Presidente del Tribunale). Ed è un’idea che costituisce l’impostazione anche più devastante sotto il profilo istituzionale.

Esamino anzitutto la tesi che gli atti del magistrato non possano per niente essere criticati. E’ una tesi chiaramente incostituzionale, in quanto viola il diritto di manifestare il proprio pensiero (art.21) e insieme il diritto di associazione politica (art.18). L’art. 21 perché , se gli atti del magistrato fossero criticabili solamente attraverso i successivi gradi del processo o in ogni caso solo tramite l’autorità giudiziaria, verrebbe preclusa la libertà di espressione su un importante tassello della convivenza civile e per di più si renderebbero i magistrati qualcosa di avulso da questa convivenza. Assieme alla arbitraria riduzione della libertà di espressione, verrebbe violato anche l’art.18 perché, se la tesi fosse valida, non sarebbe possibile associarsi per sostenere appunto che qualsiasi cittadino ha diritto di criticare gli atti del magistrato (cosa non vietata dalla legge penale) e altresì l’attività dei magistrati  non potrebbe essere oggetto di dibattito politico. Nella Costituzione non vi è traccia di norme su cui poter fondare queste pesanti riduzioni della libertà di espressione e di associazione politica e neppure poter basare la sottrazione degli atti dei magistrati alla valutazione della coscienza popolare. La tesi della non criticabilità degli atti del magistrato insomma non sta in piedi: è solo il frutto velenoso della degenerazione cancerosa del principio costituzionale di autonomia ed indipendenza della magistratura.

Poi vi è la tesi che gli atti del magistrato  possano essere criticati ma solo a certe condizioni o modalità. E’ una tesi attenuata solo in apparenza, perché la sua struttura e le sue conseguenze sono del tutto analoghe a quelle della prima tesi. In effetti se si sottopone a condizione la possibilità di criticare gli atti del magistrato, si innesca ineluttabilmente il meccanismo della limitazione. Perché o si tratta di una condizione “apparente”, nel senso che non limita la critica di tipo politico alla funzione bensì la critica che addebita alla persona del magistrato reati non commessi (ad esempio corruzione o interesse privato in atti d’ufficio ) o infamanti connotazioni personalizzate ( ad esempio moralità delle donne di famiglia o pratica della pedofilia) oppure si tratta di una condizione che limita la possibilità di critica in sé al magistrato come funzione. Il primo tipo di condizione è possibile appunto perché non concerne la critica politica agli atti del magistrato ( e dunque nulla c’entra con questa causa). Il secondo tipo, se ammesso, comporterebbe  necessariamente un giudizio da parte di un altro magistrato circa la denunciata violazione. Così facendo dal processo su una determinata fattispecie ( quella in cui si è verficato l’atto-ordinanza del magistrato soggetta a critica) si passerebbe ad un  processo su una fattispecie diversa (i modi ed i termini dell’opinione espressa mediante la critica).

Ora, nel quadro normativo non v’è traccia di disposizioni atte a definire modi, termini, toni, temi, circostanze, cui si dovrebbe attenere una critica rivolta, fuori del processo, al magistrato come funzione (non per caso; se vi fossero sarebbero incostituzionali, dal momento che ogni norma che regoli la critica di tipo politico al magistrato come funzione, è di per sé una limitazione alla libertà di espressione, singola ed associata). Non essendoci nulla nel quadro normativo, dovrebbe per forza essere il giudice a valutare se sussista la violazione. Per svolgere questo compito il giudice dovrebbe cominciare con l’individuare i principi in base ai quali porre tutte le varie condizioni per l’esercizio della libertà di espressione e poi dovrebbe applicarli alla fattispecie. Così facendo, il giudice verrebbe innanzitutto ad assumere un compito di vero o proprio legislatore, peraltro completamente estraneo alle di lui competenze istituzionali, e oltretutto dovrebbe assumere questo ruolo improprio al fine incostituzionale di ridurre la libertà di espressione e di associazione. Infine, accettata questa linea, si arriverebbe alla conclusione, abnorme sul piano liberaldemocratico, che la magistratura  sarebbe l’unico organo dello Stato a non ammettere controlli provenienti dall’esterno del suo corpo, neanche quelli della coscienza pubblica.

Questo sul piano generale. Sul piano specifico della causa che mi vede imputato, poi, l’ammettere la possibilità di perseguire la critica politica agli atti del magistrato crea ulteriori gravi incongruenze costituzionali. In effetti, come il Tribunale ben sa, la Camera dei Deputati all’unanimità ha riconosciuto all’altro imputato, on. Sgarbi, il diritto alla insindacabilità dell’opinione da lui espressa nella vicenda Mannino a riguardo del querelante. Dunque quanto detto dall’on. Sgarbi, benché riferito a persona da lui stesso individuata per nome e cognome, non configura un attacco personale bensì una valutazione politica, in quanto tale insindacabile stante il suo status. Il sottoscritto non ha mai parlato della persona, ha svolto quale Segretario Politico della Federazione dei Liberali una critica al magistrato come funzione, eppure si vuol giudicarmi per aver offeso il querelante come persona. Ne deriva che chi non ha la veste di membro di una delle Camere, non potrebbe svolgere considerazioni politiche, quanto meno per criticare l’operato di un magistrato come funzione. Questa difformità nei diritti individuali concretamente esercitabili sarebbe di nuovo in palese contrasto con la Costituzione.

In verità, anche la tesi che gli atti del magistrato  possono essere criticati ma solo a certe condizioni o modalità, non sta in piedi: anch’essa è il frutto velenoso della degenerazione cancerosa del principio costituzionale di autonomia ed indipendenza della magistratura. La può sostenere  solo chi appartiene  alla scuola di pensiero prima citata, per cui i magistrati sarebbero i veri titolari delle decisioni di fondo nell’interesse del paese. Che  è una tesi fuori di ogni contesto democratico oltre che costituzionale. E pur tuttavia una tesi che purtroppo trova qua e là ascolto sull’onda di un malinteso spirito di appartenenza alla medesima carriera. Di recente anche duecento magistrati siciliani, dimenticando la circostanza che la funzione del magistrato consiste nell’applicare le leggi discusse ed approvate in Parlamento,  si sono inseriti in affari di pertinenza parlamentare e politica (il che nella qualità di magistrati è indebito) protestando contro le nuove norme processuali sul rito abbreviato e chiedendo che il CSM prenda parte alla protesta ( il che è di nuovo  indebito). Solo aderendo a questa tesi , usando la querela come strumento giustizialista contro la giustizia di diritto e contando su un processo amico in spirito di solidarietà, si può disconoscere  la criticabilità degli atti del magistrato.

Non puo’ esservi diffamazione quando le critiche non sono rivolte ad una specifica persona bensi’ alla funzione pubblica del magistrato, che, in quanto tale, non puo’ né considerarsi né essere considerato isolato dal consenso o dal dissenso dei cittadini, specie di quelli impegnati nella battaglia delle idee o dei principi. In una società improntata alla liberaldemocrazia, non solo non può essere definito nei particolari l’archetipo unico del modo di essere giusti, ma è decisivo il diritto di discutere pubblicamente – e non solo in parlamento, come mostra di ritenere il Tribunale – sui valori sociali e per l’individuazione di ciò che costituisce ingiustizia. La libertà di essere partecipi della critica dell’esistente e del processo formativo dei valori civili, è una libertà cruciale della convivenza.

Per tutto ciò, la querela è infondata perché il fatto ascritto non sussiste.

 

3. Considerazioni    finali.    Mi auguro che questa mia dichiarazione spontanea sia riuscita, come si era prefissa, a focalizzare con estrema precisione i principi politici, culturali e istituzionali della causa. Ed anche ad approfondire le ragioni politiche non solo del comunicato stampa da cui è scaturita la vicenda ma dell’impegno e della collaborazione con cui in questi anni ho seguito l’iter processuale. In gioco non sono mai stati dei personalismi. Sono stati i valori di fondo e le regole della convivenza che soprattutto i  liberali intendono sostenere e far vivere.

Non mi sento in competizione con il querelante. Ritengo un errore  che un magistrato, convinto del proprio operato sotto il profilo tecnico, pretenda il riconoscimento di ciò al di fuori dell’ambito del processo in cui ha operato, direttamente da ogni cittadino, e che non tolleri dissenso. Ma non me ne dolgo, perché l’iniziativa assunta dal magistrato come persona ha quanto meno dato l’occasione di approfondire una questione molto rilevante. E, qualora il Tribunale riconoscerà l’infondatezza della querela, mi riterrò soddisfatto, senza ulteriori azioni, per aver contribuito alla costruzione di una tessera del grande reticolo della convivenza civile.

Faccio infine rispettoso appello al Tribunale perché voglia tener conto dei motivi profondi del mio atto. Attendo il giudizio in  totale serenità, senza per questo rinunciare alle radicate ragioni della libertà che continuerò a difendere pubblicamente in ogni sede.

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