A lezione di quorum

Non crediamo che l’esito del voto sui Referendum sia una pagina nera della democrazia italiana. Non ci sono stati brogli, costrizioni , decisioni che gridano vendetta al cospetto di Dio. E’ solo successo che due terzi degli elettori si sono astenuti dal voto; una astensione dal voto molto forte e al di là di ogni previsione, di almeno 5/6 milioni di elettori sotto le previsioni più basse, ma democraticamente legittima. Questo non ci fa piacere (noi liberali abbiamo apertamente contrastato l’astensionismo e soprattutto abbiamo sostenuto il SI al referendum elettorale con i nostri poveri mezzi), anzi lo riteniamo un errore blu ( ammaestrati dalle nefaste conseguenze dell’Aventino nel 1924), ma non ci fa balenare l’idea di scappare all’estero. Vorremmo invece che nella maggioranza di governo tutti esercitassero il senso critico per approfondire l’accaduto. Alcuni dati della lezione di quorum ci sembrano ormai acquisiti.
Primo. La lezione di quorum preclude (almeno nei tempi medio-brevi) la strategia di Pannella-Bonino dell’assalto referendario alla via parlamentare. Noi liberali lo denunciamo da tempi insospetti (vedere il memento del 26 agosto 1999 riportato su questo sito) ma ormai non è più un giudizio politico bensì un dato sperimentale. Nonostante la Corte abbia ridotto da 22 a 7 i quesiti referendari, i cittadini non hanno più voglia di dare spallate. Soprattutto quando non si tratta di scegliere su singoli temi a lungo discussi ma di farsi imporre scelte che rientrano in una strategia di legificazione extraparlamentare.

Secondo. La lezione di quorum pone fine all’ubriacatura dell’uninominale a turno unico che, quantomeno nella situazione italiana, avrebbe significato il ritorno ad una concezione delle coalizioni chiesa. La possibilità di scelta del cittadino sarebbe stata ingabbiata in due sole alternative e avrebbero trionfato le bizze ricattatrici di ogni piccolo gruppo organizzato prima che i cittadini manifestino il loro orientamento con il voto. Anche questa critica noi liberali l’abbiamo espressa in tempi non sospetti e abbiamo votato SI nel dichiarato intento di stimolare una nuova legge (vedere la tabella sul referendum riportata su questo sito), non di applicare quella risultante dalla abrogazione derivante dalla eventuale vittoria del SI.

Terzo. La lezione di quorum pone fine alle giaculatorie sull’ulivismo e sul partito unico del centrosinistra. Non soffia più il vento dell’aggregazione che scompagina le identità politico culturali; anzi, diviene sempre più chiaro dai dati sperimentali che è stato solo un sogno dei negatori del principio di diversità, nostalgici di ridurre la realtà ai loro schemi artificiali. Il sistema maggioritario che noi liberali perseguiamo (vedere la dichiarazione riportata su questo sito) non annulla le identità, incentiva la loro aggregazione per dare al cittadino la possibilità di compiere le grandi scelte di governo e assicurare la governabilità.

Quarto. La lezione di quorum insegna che le indicazioni dei partiti hanno di per sé una presa minore. L’astensionismo e il voto hanno diviso tutti i partiti, seppure in misura diversa. Esiste ormai più autonomia nello scetticismo. E questo rende ancor più impraticabile il disegno Veltroniano e di larga parte del gruppo dirigente DS di annettersi elettoralmente anche le aree estranee alla loro tradizione: è il concetto stesso di egemonia a non avere più cittadinanza.

Quinto. La lezione di quorum ha mostrato che la disaffezione verso la politica è oggi fortissima, anche senza gli antireferendari antichi e quelli convertiti dell’ultima ora. E’ sempre più evidente che i redentori appartengono alla dimensione del religioso, non a quella della politica secolarizzata. Perché i cittadini si ricredano, occorrono comportamenti concreti, non parole. Il Parlamento è chiamato a dar prova di sé non nel predicare i problemi ma nel fare leggi di riforma sui temi ormai ineludibili; a cominciare dalla correzione dell’ibrido mattarellum.

Da questa lezione di quorum si apprende che ci sono molti sconfitti e nessun vero vincitore. Non soltanto nel senso che in democrazia non si vince mai rifuggendo dalla scelta e che è solo una furbizia tecnica sommare pere e mele ( l’astensione fisiologica e l’astensione per scelta tattica) . Non c’è un vero vincitore ( non il populismo conservatore di Berlusconi e neppure l’antagonismo di Bertinotti, semmai l’area popolar populista di Mastella e di D’Antoni) perché non è stata data una indicazione positiva circa un criterio e uno stile di governo. Certo, nella democrazia mediatica virtuale di Berlusconi, in cui si fa finta di non cogliere ( o non si colgono davvero ? ) le differenze tra regionali, referendum ed elezioni politiche, si continuerà a ripetere ossessivamente che Forza Italia e il centrodestra vinceranno. Ma questo non è più vero oggi di quanto fosse la settimana scorsa o prima delle regionali. Da mesi (tanti) sosteniamo che la partita è in mano al centro sinistra più che a Berlusconi. Sarà capace il centro sinistra di non arroccarsi sulla sinistra e di proporsi come la coalizione del cambiamento senza avventure? Se ne sarà capace, può ancora farcela, perché le riserve su Berlusconi sono ( a ragione) radicatissime. Ma dovrebbe far tesoro della lezione di quorum.

Questa voce è stata pubblicata in ARTICOLI e INTERVISTE (tutti), sul tema Proposte, sul tema Quadro politico e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.