Scuola pubblica e scuole private

In questo autunno vi sono molti spunti emblematici per riflettere sul rapporto scuola pubblica scuole private: il caso del prof. Lombardi Vallauri, gli stanziamenti nella Finanziaria, il Manifesto Laico lanciato da Critica Liberale e poi quello della Associazione Cattolici e Laici, alcuni discorsi di Giovanni Paolo II in tema di istruzione. Ed è bene farla questa riflessione. perché la que¬stione non è anacronistica bensì decisiva per il nostro futuro.

Il professore, filosofo del diritto che continua ad insegnare all’Università di Firenze, è stato allontanato per decisione vaticana dal suo incarico alla Cattolica. Questo perché ha sottolineato le storture, sotto il profilo del diritto, di diversi aspetti delle posizioni cattoliche (ad esempio, concetto di salvezza, la pena eterna dello inferno, morale sessuale). Una apposita Commissione Vaticana ha ritenuto tutto ciò non sopportabile e ha detto basta.

Dal punto di vista liberale, il diritto del Professore a sostenere la sua linea scientifica è ineccepibile. Altrettanto ineccepibile, sempre dal punto di vista liberale, è però anche il diritto del Vaticano, in senso giuridico e culturale – in genere rivendicato dal Papa – di non accettare che un “suo” Istituto di alta istruzione si trasformi in veicolo di “eresia”. Per un liberale una scuola privata, una università libera seguono gli indirizzi, specie quelli etici, scelti da chi la gestisce, religioso o laico che sia.

Questa piena libertà di insegnamento, anche del privato, è una grande conquista tipica dello Stato liberaldemocratico: la finalità della scuola non è indottrinare bensì formare i valori dell’individualismo critico, della conoscenza, della tolleranza e del cittadino responsabile. Tuttavia questa impostazione fisiologicamente aperta alla diversità e al pluralismo non è un dato acquisito per sempre ma deve essere sviluppata e trasmessa nel tempo. Sarebbe assurdo consentire che proprio la libertà di insegnamento di culture diverse finisse per rivoltarsi contro il principio di diversità e servisse a trasmettere la cultura dell’ omologazione o addirittura il ritorno ad una monocultura. Garantire questa attitudine critica, aperta, rispettosa delle diverse identità culturali e religiose, è un compito decisivo e irrinunciabile dello Stato liberale.

Per svolgere il compito in modo coerente, lo Stato liberale utilizza due criteri. Da un lato con la scuola pubblica rende disponibile un luogo concepito apposta per trasmettere i valori dell’individualismo critico e del cittadino responsabile e tollerante. Il Vaticano ha il diritto di non fare insegnare alla sua Cattolica chi non è gradiro. ma la cattedra di Firenze è garanzia pubblica della libertà di insegnamento. Dall’ altro lato lo Stato garantisce che vi possa essere davvero un pluralismo educativo. La pratica della tolleranza tra culture ed iniziative diverse è un forte antidoto al formarsi di un monopolio educativo o anche di posizioni dominanti.

In questo quadro, tra scuola pubblica e scuole private non possono esserci né coincidenza né concorrenza dal momento che svolgono funzioni separate da non confondere. La funzione di scuola pubblica non può che esercitarla lo Stato nelle sue diverse articolazioni. Il che significa che lo Stato, sulla base di un esplicito dibattito politico culturale, è il solo titolare degli indirizzi generali entro i quali operano l’autonomia pedagogico organizzativa e la personalizzazione dei percorsi formativi anche in riferimento al territorio. L’esecuzione di alcuni aspetti gestionali di questa pubblica funzione può essere anche affidata a operatori privati ma solo nel rigoroso rispetto dei criteri che informano la scuola pubblica, in casi di comprovata utilità e con stringenti controlli di efficacia. Ossia, la scuola pubblica paga il costo a terzi solo quando ne usa un servizio. Attenzione però. I terzi che per svolgere il servizio applicano ben definite regole “pubbliche” (come impossibilità di discriminazioni, insegnanti reclutati per concorso, tipolo¬gie quadro di insegnamento e così via), sono operatori scolastici ma non costituiscono affatto una scuola privata fonte di pluralismo.

La funzione delle scuole private è incarnare il pluralismo educativo, nei principi, negli indirizzi educativi e nei moduli organizzativi. Per questo deve essere esercitata senza apporti dello Stato. Ogni scuola privata, infatti, si fonda su una motivazione specifica, comunque distinta da quella della scuola pubblica: o fare impresa, o realizzare una vocazione culturale e formativa (ad esempio di fondazioni), o salvaguardare i valori di una parti¬olare comunità (principalmente etnica o religiosa). In nessun casolo Stato ne deve pagare i costi strutturali. Il perché è intuitivo per la “scuola impresa”. Lo stesso o quasi per la “scuola vocazione”, dato che ciascuno deve farsi carico delle proprie iniziative ( da cui può trarre soddisfazione o magari prestigio e considerazione). Quanto alla scuola come volontà di salvaguardare i valori di una particolare comunità, ciò implica necessariamente una propensione forte alla solidarietà negli impegni di spesa: investendo nella scuola, la comunità tramanda più agevolmente i propri valori. Ossia, il pluralismo delle scuole private non può nutrirsi di assistenziali¬smo mascherato, ancor più se con risvolti di natura religiosa. In generale, il diritto liberale alle scuole private non va mai confuso con l’interesse egoistico (e miope) di molti privati ad ottenere dallo Stato finanziamenti.

A questa impostazione si rifà il Manifesto Laico di Critica Liberale. Viceversa il Manifesto della “Associazione Cattolici e Laici per la scuola libera” contraddice l’impostazione liberale perché reclama la terapia della competizione. Con ciò dimostra di confondere il ruolo di scuola pubblica con quello delle scuole private. E al fondo nega che lo Stato abbia il compito di garante dei valori della convivenza e della loro diffusione sul territorio e nelle generazioni. La “Associazione Cattolici e Laici per la scuola libera” afferma che “una scuola non è una scuola che indottrina per il semplice fatto di essere una scuola libera o a orientamento confessionale; e una scuola non è critica e tollerante per il semplice fatto che è statale”. Ma l’enorme differenza sta nel fatto che, se una scuola privata indottrina, un liberale non si pone neppure il problema di impedirglielo anche se non condivide la cosa, mentre se indottrina una scuola pubblica esistono gli strumenti giuridici e quelli del dibattito politico culturale per impedirlo e per correggere il tralignamento.

Il forte interesse dei liberali verso le scuole private non può manifestarsi contraddicendosi. Affidare alle chiese oppure alle comunità etniche oppure alle famiglie la titolarietà dell’intero percorso educativo, farebbe imboccare la strada verso una società di recinti chiusi nelle rispettive identità ed esposti al vento dell’imtolleranza. Sarebbe la direzione opposta a quella dell’individualismo responsabile. Del resto, tali principi della libera convivenza sono sanciti nella Costituzione e non possono essere accantonati senza accantonare anche Costituzione.

In questo quadro, si capisce perché da un punte vista liberale va respinta la proposta del buono scuoaa. Il buono scuola è inaccettabile perché ha indissolubilmente incorporata in sé l’idea che il diritto di educazione spetti solo alla famiglia che sceglie secondo i propri valori, anche a prescindere da quelli di cìttadinanza libera. Questa compressione dei presupposti dei diritti dividuali è di certo incoerente in chiave liberale, specie nella situazione sociopolitica e nella tradizione italiama pure negli Stati Uniti cominciano a sorgere robusti dubbi in proposito. L’interesse liberale verso le se private deve manifestarsi in coerenza con la funzione attribuita a questi istituti. Dunque nessun fìnanzìamento pubblico alle private. E invece sì al trattamento scolastico equipollente nel diritto allo studio per le parificate, sì a detrazioni fiscali alla famiglia quando il figlio studente non usufruisce dei corsi pubblici. Facendo però di nuovo molta attenzione. Le detrazioni fiscali non possono contraddire indirettamente la funzione della scuola pubblica. E dunque esse non dovranno affatto essere riferite alle rette delle scuole private bensì dovrann mitarsi a detrarre un importo pari al minor onere marginale sostenuto dalla scuola pubblica quando uno studente non usufruisce dei suoi corsi.

Per queste strade, come si conviene ai liberali, viene dato spazio alla scelta individuale anche nel settore l’istruzione, ma non viene intaccato un principio cardine dello Stato liberale: una comunità o la famiglia non hanno il diritto di eludere il compito dello Stato di trasmettere i valori della diversità e del pluralismo. Questi non sono temi di ieri, sono temi di domani. Essere cittadino prima di ogni altra appartenenza di sangue o di cultura o di religione è la base di una convivenza tollerante e libera. Soprattutto in società, come la nostra, destinate a divenire sempre più multietniche e multireligiose.

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