Nel ricordo di Antonio Baslini essere idealisti senza illusioni

INCONTRO IN RICORDO DI ANTONIO BASLINI – organizzato a Milano dalla Fondazione Europea per la LIbertà, con l’adesione del Rotary Club Milano Est , Museo di Storia Naturale, 30 ottobre 1995

Ho conosciuto Antonio Baslini a metà degli anni sessanta nell’ attico di Via Frattina a Roma, nei saloni dove per un quarantennio dalla Liberazione si sono tenuti i Consigli Nazionali del Partito Liberale. Dalla conoscenza tra colleghi – con le debite differenze tra un Consigliere Comunale di una media città e un parlamentare eletto trionfalmente a Milano – passammo a rapporti maggiori quando Baslini cominciò ad operare in appoggio dell’introduzione del divorzio e cercò di portare su questa linea il PLI nel corso di un Consiglio Nazionale dell’ottobre 1966 insieme a pochi altri, tra i quali il sottoscritto. In quell’ottobre di 29 anni fà, non la spuntammo – anche se l’attesa durò solo pochi mesi, fino al 1 luglio del ’67, quando l’on. Malagodi portò il PLI nell’allora poco frequentata area divorzista. Ma quello fu l’inizio di una consonanza politica ininterrotta, durata fino allo scorso marzo e cresciuta negli anni con tranquilla solidità.
Il filo comune era la necessità di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dello Stato laico. Non per rilanciare il cattivo gusto dell’anticlericalismo, bensì per ribadire di continuo il principio che lo Stato italiano è libero e sovrano di legiferare in materia matrimoniale, come in qualsiasi altro argomento. Questo è il principio di fondo che Baslini ha sempre ritenuto decisivo, ancor prima di quello dei diritti civili. E nel segno di quello stesso principio, passati gli anni del divorzio e della successiva battaglia referendaria, Baslini operò a favore di un’altra grande riforma, quella dell’interruzione volontaria di gravidanza, che non rientra tra i diritti civili ma che esprime anch’essa una concezione laica dello Stato. Solo il pieno esercizio della sovranità dello Stato può assicurare la regola laica della convivenza, che è lasciare al cittadino ampi spazi di responsabile autonomia morale al di là delle altrui convinzioni, religiose, politiche, culturali.
In parallelo, sul piano della politica dei partiti, Baslini sosteneva che il PLI non doveva cadere nell’errore di ridurre l’identità liberale alla incomunicabilità con le altre forze politiche. Non si doveva intendere l’alternativa liberale come una promessa per quando il PLI fosse maggioranza. Si doveva intendere come un qualcosa da realizzarsi giorno per giorno, nella misura del possibile. Allora, queste sue considerazioni potevano apparire legate all’obiettivo di far evolvere la rigida opposizione del PLI malagodiano al centro sinistra. Ma le loro radici erano più profonde e più estese. Esprimevano la costante e forte convinzione di Baslini dell’importanza di promuovere le condizioni generali, giuridiche e comportamentali, che consentissero una società civile più aperta.
A questo si riferiva Baslini, quando sosteneva che occorreva essere idealisti senza illusioni. I grandi ideali della libertà umana devono essere perseguiti senza l’illusione che loro grandezza sia automatica garanzia del loro affermarsi. La libertà liberale è una libertà difficile fatta di individui non egoisti e di cittadini responsabili, un gigantesco corso d’acqua che scorre con mille meandri e che nel corso delle generazioni ha imparato a scavarsi gli argini per meglio defluire. Così le società devono costruirsi delle regole – che sono le leggi, le strutture, i comportamenti – che meglio consentano di coniugare il libero esprimersi di ciascuno individuo con la convivenza di tutti gli individui. Ai grandi ideali della politica, sono nocive quasi sempre le illusorie promesse ideologiche e messianiche, che poi degenerano in sottogoverno finanziato addebitandone i costi alle generazioni future. Ai grandi ideali serve la concretezza del definirne i meccanismi per realizzarli.
Muovendosi lungo questi convincimenti, Baslini fondò nella seconda metà degli anni ’70 la rivista Alleanza Laica, che fu appunto un importante punto di riferimento per tutti coloro che volevano far uscire il paese dalle secche del consociativismo per riportarlo nel fiume di una società più aperta. Questo tipo di società non può prescindere dalla cultura laica, nel senso di legata al senso critico della ragione, e dallo stato laico, nel senso di sovrano e non pervasivo della vita dei suoi cittadini. Il pentapartito collaborazione laici e cattolici. La costruzione di uno stato più a misura di cittadino. Proporzionalismo vinse a Genova.
Giustizia referendum.
Perché Baslini era consapevole che l’alternativa liberale innanzitutto è una mentalità, una educazione al senso critico. Ma era anche convinto che, accanto all’opera di formazione, giocassero un ruolo decisivo istituzioni ben funzionanti e sentite vicine dal cittadino. perché, rinunciando al senso critico, si può forse travestirsi da liberali, ma si rinuncia ad esserlo.

Oggi dobbiamo lanciare un appello ai cittadini che non vogliono vivere della politica e ancor meno delle sue degenerazioni, ma che sanno che non vi è cittadinanza possibile senza politica, senza regole , senza stato. E che dunque rifiutano la competizione politica come scontro per il potere in sé, perché intendono la politica come strumento principe di convivenza nel segno di un consenso rispettoso del dissenso.
Dobbiamo lanciare un appello ai cittadini che avvertono come la politica civile non sia e non debba essere un’opera missionaria di fede, bensì un confronto consapevole tra opzioni differenti per consentire la più libera e più feconda espressione individuale. Non si è liberi perché si riconosce la verità ma perché, sforzandosi di conoscere di più, si può scoprire che la verità può essere diversa.
La finalità di passare al maggioritario è stata tutta un’altra. Quella di contribuire a risanare la gestione della politica italiana dalla patologia dei partiti . Una patologia che consiste nella instabilità dei governi e delle maggioranze, causata da una degenerazione dei meccanismi di rappresentanza a danno di quelli di scelta dell’indirizzo di governo.
Il maggioritario a più turni serve appunto a rafforzare i meccanismi di scelta delle proposte politiche da parte del cittadino. Non presuppone affatto una limitazione nell’associarsi politico del cittadino, né come diritto né come propensione di fatto. Al contrario. Con il maggioritario il peso della diversità del singolo elettore, invece di diminuire, diviene potenzialmente decisivo. Ciò che conta non è essere grossi in partenza ma l’avere una buona capacità di aggregare e, ancor più, il non suscitare radicate ed irriducibili ostilità. Lo spirito del maggioritario è l’aggregazione progressiva della proposta e delle candidature, mediante accordi limitati sui temi e nei tempi. Anche i piccoli gruppi sono determinanti in chiave politica ed elettorale, purché abbiano iniziativa e costituiscano un necessario elemento di aggregazione nella proposta di governo. Chi cerca di trasformare il maggioritario in un giudizio di Dio tra due gruppi nemici a prescindere dalle cose, non fa che riciclare l’antico vizio dei partiti chiesa e dei loro apparati di voler ridurre il cittadino in catene. Cosa che riusciva benissimo con la proporzionale applicata ad un quadro politico bloccato sul discrimine ideologico del comunismo e dell’impero russo.
La risorsa che mantiene vitali i sistemi liberi (e ha sconfitto il comunismo) è la capacità di evolversi . Non verso un sistema determinato una volta per tutte, ma lungo percorsi anche tortuosi ed impervi, tracciati di volta in volta tra mille confronti e conflitti, da milioni di persone e da generazioni successive . E questa capacità di evolvere non richiede che le opinioni degli individui o delle associazioni, siano uguali, omologhe o riconducibili a solo due o tre specie ( con buona pace dei cespugliofobi che allignano tra alcuni famosi giornalisti). Richiede che le diverse opinioni accettino il metodo della libera convivenza. E poi che ognuna contribuisca, come è, come vuole e come sa, a costruire una proposta operativa in qualche misura corrispondente alle proprie convinzioni. Il processo di consenso maggioritario deciderà quale proposta scegliere per il governo. E solo il maggioritario a più turni tende a restringere la scelta finale a due proposte. Fatta questa scelta, di nuovo il confronto e il conflitto per la prossima scelta, e così via, purché sempre in un’ottica di convivenza come gradualità e tolleranza degli altri. La maggioranza ha il diritto di scegliere, non quello di aver ragione sempre e con certezza. La ragione dipende dal futuro giudizio storico, il diritto dal riconoscimento dato dalle minoranze attuali.
Un atteggiamento simile è frutto di una passione per l’ identità talmente forte da non contentarsi dell’esistente, ma talmente debole da temere di poter confondersi nell’esistente. Ora la storia ci dice che l’Aventino può anche sfociare in un’alta autorità morale. Ma è sempre un disadattarsi alla lotta politica, poi seguito di necessità da un disconoscimento della soggettualità politica di chi lo attua. Questo non possiamo volerlo, in genere e oggi.
In genere, perché il liberalismo si contraddice se si confina nella cultura abdicando alla politica della vita quotidiana. In particolare, nell’Italia di oggi, perché sarebbe addirittura un suicidio. Oggi, alla già incredibile pretesa del Polo di chiamarsi liberale, si accompagna perfino il tentativo di trasformare la tradizione liberal moderata – forse prudente nell’agire ma liberale nel sentire – in uno sfrenato liberismo radical conservatore che sgretola i diritti di cittadinanza perché divide la società negandoli a chi non corrisponde ai parametri del conformismo comunitario. I liberali devono impegnarsi nel combattimento perché non venga stuprata la loro identità. La tentazione di salire sull’Aventino può esser forte e trovare spunti in un presente che non ci piace. Ma il liberalismo che sale sull’Aventino, lo voglia o no, perde battaglie che non combatte.
dobbiamo costruire e difendere delle istituzioni che incoraggino le persone a dare delle risposte. Dobbiamo resistere alle tentazioni dell’autoritarismo . ”
Il mondo necessariamente complesso e necessariamente incerto. Il progetto liberale è l’antidoto adatto allo stato dell’incertezza perché non vuol propinare certezze ma dare criteri per costruire l’irripetibile percorso della propria vita. In un mondo in cui non si può cogliere l’unità se non si capiscono le parti , perché le praterie sono fatte dai fili d’erba, in un mondo che ha come orizzonte la diversità degli orizzonti, che ha l’eterogeneità come norma, se non si ha la bussola liberale, non si può navigare con un minimo di consapevolezza.

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