I liberali per il progetto di governo

Introduzione del Segretario Politico al Convegno FDL
Roma- Centro Congressi Cavour

Oggi dobbiamo lanciare un appello ai cittadini. Un appello che si rivolge a tutti ma che può essere intanto accolto da quelli che non si vogliono rassegnare a quanto passa il convento e vogliono stare di persona ai fornelli di cucina della convivenza. Un appello ai cittadini che mantengono il proprio senso critico, tra i quali necessariamente sono i cittadini liberali , perché, rinunciando al senso critico, si può forse travestirsi da liberali, ma si rinuncia ad esserlo.
Oggi dobbiamo lanciare un appello ai cittadini che non vogliono vivere della politica e ancor meno delle sue degenerazioni, ma che sanno che non vi è cittadinanza possibile senza politica, senza regole , senza stato. E che dunque rifiutano la competizione politica come scontro per il potere in sé, perché intendono la politica come strumento principe di convivenza nel segno di un consenso rispettoso del dissenso.
Dobbiamo lanciare un appello ai cittadini che avvertono come la politica civile non sia e non debba essere un’opera missionaria di fede, bensì un confronto consapevole tra opzioni differenti per consentire la più libera e più feconda espressione individuale. Non si è liberi perché si riconosce la verità ma perché, sforzandosi di conoscere di più, si può scoprire che la verità può essere diversa.
Dobbiamo lanciare un appello ai cittadini che rivendicano la propria identità come presupposto per riconoscere quella altrui. Un appello a chi vuol utilizzare le proprie risorse per lo scambio sociale, dai giovani che vogliono rendere operative le loro energie più fresche, agli anziani che vogliono distribuire l’insostituibile tesoro dell’ esperienza.
Questi italiani, vogliamo invitarli con questo appello ad unirsi a noi liberali su un progetto per il governo. Che deve diventare come il baobab, un albero grande con le radici nella terra e i rami alti nel cielo. E che per questo deve partire dal far maturare nell’opinione pubblica una convinzione decisiva. E cioè che l’importante non è stare di qua o di là, chiudersi nel dilemma “o Berlusconi o D’Alema”, l’importante è quale proposta politica scegliere per governare la convivenza.
Modificare il metro del giudizio politico, è il primo catalizzatore del progetto liberale. Bisogna cancellare gli slogans falsi e menzogneri con cui si vuol stravolgere il senso profondo del processo di trasformazione che passa anche attraverso il cambiamento del sistema elettorale avviato delle battaglie referendarie. E tra questi slogans falsi e menzogneri, quello fondamentale è che il maggioritario serva a ridurre il numero dei partiti. Non è vero dal punto di vista storico. Non era questa la finalità di coloro – davvero pochi , tra cui il vecchio PLI – che cinque anni fà iniziarono a battersi per superare la proporzionale e introdurre il doppio turno. Questa era la tesi di coloro (mondo craxiano, vetero dc e certa destra) che si opponevano al maggioritario all’insegna della proporzionale con soglia di sbarramento (quasi che la ingovernabilità derivasse dai mancati trionfi elettorali dei grossi partiti erosi dai piccoli). In seguito è divenuta la tesi di Forza Italia (quando ha ribaltato il mandato elettorale chiesto e ricevuto, per favorire la strategia del di qua o di là). Ma la tesi che il maggioritario serva a ridurre il numero dei partiti, non è vera neppure dal punto di vista della funzionalità politica. La finalità di passare al maggioritario è stata tutta un’altra. Quella di contribuire a risanare la gestione della politica italiana dalla patologia dei partiti . Una patologia che consiste nella instabilità dei governi e delle maggioranze, causata da una degenerazione dei meccanismi di rappresentanza a danno di quelli di scelta dell’indirizzo di governo.
Il maggioritario a più turni serve appunto a rafforzare i meccanismi di scelta delle proposte politiche da parte del cittadino. Non presuppone affatto una limitazione nell’associarsi politico del cittadino, né come diritto né come propensione di fatto. Al contrario. Con il maggioritario il peso della diversità del singolo elettore, invece di diminuire, diviene potenzialmente decisivo. Ciò che conta non è essere grossi in partenza ma l’avere una buona capacità di aggregare e, ancor più, il non suscitare radicate ed irriducibili ostilità. Lo spirito del maggioritario è l’aggregazione progressiva della proposta e delle candidature, mediante accordi limitati sui temi e nei tempi. Anche i piccoli gruppi sono determinanti in chiave politica ed elettorale, purché abbiano iniziativa e costituiscano un necessario elemento di aggregazione nella proposta di governo. Chi cerca di trasformare il maggioritario in un giudizio di Dio tra due gruppi nemici a prescindere dalle cose, non fa che riciclare l’antico vizio dei partiti chiesa e dei loro apparati di voler ridurre il cittadino in catene. Cosa che riusciva benissimo con la proporzionale applicata ad un quadro politico bloccato sul discrimine ideologico del comunismo e dell’impero russo.
Dissolvere lo slogan che sistema maggioritario significhi lasciar spazio per due soli partiti, è il primo catalizzatore per spostare il terreno di scontro politico dagli pseudo dilemmi alla progettualità della convivenza. Il secondo passo è l’essere consapevoli che la politica della convivenza ruota attorno ai problemi della società. I problemi istituzionali e parlamentari sono funzionali a quelli, non viceversa. Ciò implica il libero dispiegarsi delle opinioni e il formarsi sulla loro base di associazioni di varia natura e finalità, in un numero che non può essere prestabilito. Solo dopo – dopo che la convinzione su certe proposte è cresciuta a livello di società – potrà esserci l’adeguato riconoscimento per alcuni a livello parlamentare. Insomma, la politica democratica non può vivere né senza parlamento né di solo parlamento. In una società aperta, il conflitto ha delle regole ma non può essere legato al letto di Procuste di categorie eternizzate (classi, partiti, chiese, razze o consimili categorie immobili) . Gli scontri di forza senza principi, o le guerre di religione, appartengono al mondo preliberale.
La risorsa che mantiene vitali i sistemi liberi (e ha sconfitto il comunismo) è la capacità di evolversi . Non verso un sistema determinato una volta per tutte, ma lungo percorsi anche tortuosi ed impervi, tracciati di volta in volta tra mille confronti e conflitti, da milioni di persone e da generazioni successive . E questa capacità di evolvere non richiede che le opinioni degli individui o delle associazioni, siano uguali, omologhe o riconducibili a solo due o tre specie ( con buona pace dei cespugliofobi che allignano tra alcuni famosi giornalisti). Richiede che le diverse opinioni accettino il metodo della libera convivenza. E poi che ognuna contribuisca, come è, come vuole e come sa, a costruire una proposta operativa in qualche misura corrispondente alle proprie convinzioni. Il processo di consenso maggioritario deciderà quale proposta scegliere per il governo. E solo il maggioritario a più turni tende a restringere la scelta finale a due proposte. Fatta questa scelta, di nuovo il confronto e il conflitto per la prossima scelta, e così via, purché sempre in un’ottica di convivenza come gradualità e tolleranza degli altri. La maggioranza ha il diritto di scegliere, non quello di aver ragione sempre e con certezza. La ragione dipende dal futuro giudizio storico, il diritto dal riconoscimento dato dalle minoranze attuali.
Poi vi è il terzo passo per spostare il terreno di scontro politico dagli pseudo dilemmi alla progettualità della convivenza. Il terzo passo è puntare, in termini politici, al massimo del possibile, restando intanto pronti a realizzare anche solo quello che è possibile ora. La logica del tutto e subito è gemella del nulla e mai. E’ un rifugiarsi nel mito del passato e nell’utopia del futuro per sfuggire alla difficile realtà del convivere quotidiano. Il liberalismo è il metodo critico che consente al cittadino di colmare la cesura tra l’esperienza di ieri, le necessità dell’ oggi e il cambiamento che apre al domani. Il puntare al possibile e insieme pensare al dopo, significa introdurre il principio delle priorità, per cogliere la compatibilità di risorse e di tempi. Significa pensare programmi che non sono libri dei sogni ma scadenzari di progetti da realizzare perché realizzabili. Così prende corpo una progettualità sostenibile cha abbia due obiettivi. Assicurare a cittadini responsabili il quadro di tempo in tempo più favorevole per essere felici ciascuno come crede e farla finita con il sistema delle promesse messianiche, ideologiche o – nella versione meno nobile e più corrosiva – di sottogoverno, spesso finanziate caricando di debiti le generazioni future.
Queste sono le solide ragioni del perché il progetto liberale, oggi, comincia dal far maturare nell’opinione pubblica la convinzione che l’importante non è stare di qua o di là ma quale proposta politica scegliere per governare la convivenza. Governarla per avvicinarsi all’equilibrio dinamico caratteristico di una società libera e che si sviluppa su tre filoni per creare ricchezza, coesione sociale, libertà politica. E noi oggi vogliamo mettere in evidenza i punti di programma che configurano questa proposta.
Il nostro grande punto di riferimento, stella polare ed obiettivo, nella tradizione di Gaetano Martino e di Giovanni Malagodi, è l’Europa. Che è un vero e proprio interesse nazionale, da curare con dedizione, impegno e rigore. Il primo modo di perseguirlo è riacquistare credibilità partecipando con convinzione …… riprendere il posto partecipando,* plotone di testa politico( epoi economico)* rafforzare SICUREZZA ed ESTERA dell’Europa) patti istituzional-sociali, doppio turno, giustizia, partiti, le grandi reti e la concorrenza. Noi Liberali, ad esempio, propugnamo il processo di costruzione democratica dell’Europa e la moneta unica, il risanamento prioritario del debito pubblico e l’impegno a pagare automaticamente con le imposte ogni sfondamento della finanziaria, la revisione della forma di stato e di governo con un’Assemblea Costituente che disegni un federalismo senza incrinare il significato nazionale della cittadinanza, una convivenza regolata in tutti i campi dalla giustizia del diritto e non dal giustizialismo, un sistema aperto dell’informazione senza posizioni dominanti specie in periodi elettorali, una classe di governo svincolata dal sospetto di interessi privati, iniziative economiche e strutturali per il rilancio dell’occupazione e la crescita del Mezzogiorno. PROPOSTA FOA (il senso dell’identità nazionale). AMMINISTRAZIONE (anche immigrati).
Idealismo senza illusioni Baslini. Il patto della convivenza e delle generazioni. Rifiuto dei fondamentalismi. Creare ricchezza, coesione sociale, libertà politica.
Altri amici approfondiranno i principali punti programmatici che la FdL ritiene necessari perché una proposta di governo possa ragionevolmente chiamarsi liberale. A me preme qui rivendicare – alla luce del nostro Manifesto, della nostra impostazione generale e dello stesso spirito del sistema maggioritario – che non si può costruire stando da soli, senza avere occhi, orecchi, sensibilità. Dobbiamo avanzare le nostre proposte in una prospettiva sostenibile. Il nostro sforzo di essere presenti come liberali coerenti (accettando la sfida dei mezzi fisici miserrimi di cui disponiamo) deve ispirarsi all’identità, all’autonomia critica e alla dignità. Non può né deve ispirarsi al rifiuto, al tempo stesso superbo e pauroso, del misurarsi con gli altri per costruire le scelte possibili. Se vogliamo fare i marinai, occorre uscire in mare.
Per corrispondere alle ragioni stesse del nostro esistere e alle decisioni prese, lo scorso giugno abbiamo accolto l’invito del prof. Prodi a prendere parte al confronto per la costruzione della coalizione dell’Ulivo. Lo abbiamo accolto non per adottare, proprio noi, il modulo dello stare di qua o di là. Lo abbiamo accolto per corrispondere al compito che ci eravamo dati di smontare i blocchi del 27 marzo e di provare a costruire qualcos’altro. Con l’Ulivo quest’opera di costruzione ex novo è almeno una possibilità, seppure da verificare giorno per giorno, mentre con il Polo Berlusconiano i fatti ci dicono che l’idea stessa di nuove opere è preclusa.
Questo polo vive ed agisce mosso dalla sua ossessiva visione onirica che noi abbiamo giudicato negativamente: ripetere pari pari l’operazione 27 marzo. Nessuna autocritica, nessuna correzione di rotta. Sempre le solite mercanzie berlusconiane che noi liberali abbiamo criticato e critichiamo. Perché è illiberale far passare per scelte dei cittadini le deleghe in bianco all’uomo forte; è illiberale riproporre ancora le investiture dall’alto che fanno di Forza Italia un’armata di venditori e non un’associazione liberaldemocratica; è illiberale disprezzare con malcelata intolleranza tutto ciò che non ha grandi dimensioni e che esprime il senso critico del cittadino comune. E badate, tutto ciò non è un orpello: corrisponde alla natura irrinunciabile del movimento, come del resto chi di noi non aveva preoccupazioni di ministeri, aveva visto facilmente fin dall’aprile ’94. Per di più una natura impermeabile alla discussione, al confronto, alla verifica dei fatti. Ed in qualche modo anche contagiosa; almeno nel senso che ha trasmesso lo stesso atteggiamento fideistico (“comunque solo in Forza Italia”) anche quella parte di ex liberali del PLI che si sono collocati nella sua area a prezzo della rinuncia al senso critico.
La costruzione dell’Ulivo è stata avviata da Prodi con la sua candidatura, che non è una candidatura di area liberale ma che obbiettivamente ha testimoniato la volontà di avviare qualcosa di diverso e di riportare il confronto politico complessivo ad un livello di maggior civiltà. Il Prof.Prodi , proprio con il mettere in moto gli inviti ai dodici partiti per costruire l’Ulivo, ha scartato la strada del presidenzialismo plebiscitario seguita dal Polo, in teoria e in pratica, e ha invece scelto quella della coalizione democratica a base programmatica. Ha scelto di restituire il primato al ragionare di politica, che appunto è il modo corretto di intendere il maggioritario .
Declinare l’invito a partecipare alla costruzione della coalizione dell’Ulivo, avrebbe significato contraddirsi. Come sarebbe contraddirsi accettare la costruzione dell’Ulivo qualunque ne fossero le forme e gli assetti raggiunti. Da metà giugno ad oggi, vi sono state quattro riunioni plenarie delle dodici componenti dell’Ulivo, le ultime tre alla presenza dell’osservatore della Lega. Il tono e la sostanza del dibattito sono stati costruttivi e le conclusioni di ciascuna riunione non hanno dato, dal nostro punto di vista, motivo di insoddisfazione per cosa detto e quanto convenuto. Chiarezza e trasparenza vogliono però che si ricordi che le cose non sono filate altrettanto lisce per la gestione delle decisioni. Forse ciò è dovuto al residuo margine di incertezza sulla funzione del Comitato per l’Italia che vogliamo, rispetto alla logica di coalizione tra i 12. Il Prof. Prodi lo definisce costantemente un organo di servizio, di stimolo e di supporto alla coalizione, al centro come in periferia. E’ corretto. Può essere che però nel corpo dei Comitati vi sia una tendenza psicologica a considerarsi il nucleo del partito unico dell’Ulivo; sarebbe bene che questa tendenza fosse definitivamente riposta.
Nel merito delle questioni, sono due i punti su cui abbiamo manifestato insistenti richiami. Le procedure seguite dai Gruppi di Lavoro non sono state inizialmente quelle stabilite, perché i coordinatori nominati dal Prof. Prodi hanno ignorato fino alla fine di settembre la collaborazione, meglio l’esistenza, delle qualificate professionalità di esperti d’area segnalati dalle varie componenti . ( Fa eccezione solo l’area giustizia, in cui, per iniziativa di Folena, i partiti si sono riuniti direttamente 5/6 volte in agosto e settembre, presente il prof. Flick, e hanno convenuto una serie di linee guida sulla giustizia improntate al diritto e all’equilibrio). Dopo l’ultima delle quattro riunioni plenarie a fine settembre, si è finalmente dato corso all’attuazione di quanto stabilito a giugno, iniziando consultazioni e incontri a più largo raggio. Ma intanto il tempo era passato e il lavoro di maturazione della fase preparatoria del programma è in arretrato su alcuni passaggi per noi indispensabili. Per quanto ci concerne, restano importanti sia la fase di dimagrimento, di focalizzazione e di raccordo omogeneo dei temi, area per area, attraverso il coordinamento degli apporti di tutti gli esperti sia la fase dell’esame collegiale da parte dei partecipanti alla costruzione dell’Ulivo. Non sarebbe accettabile avviare in anticipo sull’adeguata conclusione di questo iter programmatico preparatorio, le procedure per il dibattito provincia per provincia che dovrà portare all’Assemblea Nazionale dell’Ulivo, presumibilmente a febbraio.
L’altro richiamo è la questione dei rapporti con Rifondazione. Asserire che con Rifondazione Comunista non sono possibili rapporti di accordo politico, non è pregiudizio e tanto meno sussiego. E’ pura e semplice coerenza con l’impostazione assunta dalla Fdl, e sin qui dall’Ulivo. In pratica non esiste un solo punto di convergenza con Rifondazione Comunista né sui programmi né sulla proposta politica. Moltissimi dei 12 costruttori dell’Ulivo hanno condiviso nelle settimane scorse queste considerazioni. Il ticket Prodi-Veltroni conviene ma specifica che, da un punto di vista elettorale, vi sarebbe un interesse comune, quello di battere la destra. Non siamo d’accordo. Non vi è stato neppure ieri, nel dibattito sulla sfiducia, quando la convenienza tattica di Bertinotti non ha adombrato un cambiamento di posizione ma anzi una manovra da aggiottaggio per rilanciare l’importanza strategica delle posizioni più tradizionali del vetero comunismo. Dire che vi sarebbe un interesse comune tra l’Ulivo e Rifondazione significa dare un’interpretazione del maggioritario in una logica da proporzionale. Se l’obiettivo del cantiere Ulivo è, come è, presentare agli italiani una proposta di governo in positivo, non si può introdurre una valutazione di voto contro. Si farebbe intendere che è più plausibile un’interpretazione del programma Ulivo secondo Rifondazione che secondo ad esempio il CCD. E sarebbe un errore grave, meglio, imperdonabile.
Domandiamo agli amici del ticket dell’Ulivo. Visto che nel meccanismo maggioritario, sono i singoli elettori che valutano quale programma e quali persone siano più vicini al loro sentire, come pensate possano reagire gli elettori moderati di fronte ad un patto di desistenza nazionale tra l’Ulivo e Rifondazione? Non ne dedurranno appunto che l’interprete autentico del programma dell’Ulivo è Bertinotti? Di certo, sì. E infatti, Veltroni si è posto questo problema del rapporto con gli elettori moderati. Ma la soluzione avanzata – il ricorso all’ingaggio di star nazionali , Scognamiglio, Dini, Pivetti e Di Pietro – è di nuovo un rimedio peggiore del male, perché confonde chi ha proposte politiche (Dini e Scognamiglio) con chi (Pivetti e Di Pietro) o non le ha o le ha di tipo ben difforme da quelle di un liberale o democratico garantista.
In realtà l’approccio all’elettorato moderato non si può seriamente tentare prescindendo da proposte di governo concrete e credibili, che puntino ad una società più aperta. L’anima vincente del maggioritario è dialogica, non si chiude pregiudizialmente a nessuno, ma lo fa partendo da posizioni chiare, definite e coerenti. Le star senza copione o spartito , non possono costituire il nucleo di quest’anima. Addirittura, proprio nel campo della politica per la giustizia, il cantiere dell’Ulivo ha già respinto ogni forma di protagonismo e di spettacolarizzazione, appunto perché oscurano la natura essenzialmente dialogica e trasparente del processo giudiziario. E allora come si può ritenere possibile affidarsi a una star che del protagonismo e della spettacolarizzazione della giustizia è stata l’inventore e il profeta riconosciuto? E che ancora avanti ieri, esprimeva tutto il suo democratico disprezzo per i partiti, quelli d’oggi, badate, non quelli di prima, ma pur sempre colpevoli di fare argine al dilagare dei tribuni?
Dunque gli incontri per la costruzione dell’Ulivo su base programmatica, non sono un rito, una sceneggiata. La FdL non rinuncia alle scelte finali sulla base della valutazione definitiva della proposta di governo, che faremo con il metro dei punti minimi per un progetto liberale che oggi stiamo evidenziando. Ma partecipare agli incontri per la costruzione dell’Ulivo è necessariao, se si vuol applicare la nostra decisione di puntare ad un processo aggregativo nuovo per governare. Se ci sottraessimo al misurarsi con la costruzione della coalizione dell’Ulivo, l’alternativa reale resterebbe solo un preventivo estraniarsi dalla politica in una prospettiva aventiniana.
L’aventinismo è ritrarsi dal confronto. O per l’inesistenza delle condizioni minime di partecipazione democratica (e non è il caso italiano di oggi) o per l’insoddisfazione – magari il rifiuto – delle alternative apparenti (e potrebbe essere il caso nostro). Un atteggiamento simile è frutto di una passione per l’ identità talmente forte da non contentarsi dell’esistente, ma talmente debole da temere di poter confondersi nell’esistente. Ora la storia ci dice che l’Aventino può anche sfociare in un’alta autorità morale. Ma è sempre un disadattarsi alla lotta politica, poi seguito di necessità da un disconoscimento della soggettualità politica di chi lo attua. Questo non possiamo volerlo, in genere e oggi.
In genere, perché il liberalismo si contraddice se si confina nella cultura abdicando alla politica della vita quotidiana. In particolare, nell’Italia di oggi, perché sarebbe addirittura un suicidio. Oggi, alla già incredibile pretesa del Polo di chiamarsi liberale, si accompagna perfino il tentativo di trasformare la tradizione liberal moderata – forse prudente nell’agire ma liberale nel sentire – in uno sfrenato liberismo radical conservatore che sgretola i diritti di cittadinanza perché divide la società negandoli a chi non corrisponde ai parametri del conformismo comunitario. I liberali devono impegnarsi nel combattimento perché non venga stuprata la loro identità. La tentazione di salire sull’Aventino può esser forte e trovare spunti in un presente che non ci piace. Ma il liberalismo che sale sull’Aventino, lo voglia o no, perde battaglie che non combatte.
Le riserve sugli incontri per la costruzione dell’Ulivo, non derivano però solo da propensioni aventiniane. Vi è chi, tra la gente, e dunque anche tra noi, non vuol stare con la destra ma soffre fortemente il dilemma “o Berlusconi o D’Alema”. E’ spaventato dalla grande sfida del tentativo di costruire un progetto di governo consonante con il sentire liberale avvalendosi anche dell’apporto diretto di una forte sinistra. Quella sinistra che, a differenza di Rifondazione, si è lasciata alle spalle il comunismo ma che, per riflesso condizionato, si dibatte ancora nei vizi conservatori di un tempo. E allora questi cittadini e questi amici, agli incontri per costruire la coalizione dell’Ulivo, preferirebbero un’ancora più forte al centro, al “nuovo centro”.
Ricordiamo cosa dice il Manifesto ’95 della FdL. La proposta liberale non è stare immobili e assediati al centro contro la destra e contro la sinistra. E’ la convergenza dinamica di cittadini che antepongono il valore della libertà a tutti gli altri e che, per coglierne la creatività, ricercano condizioni di convivenza nel segno della legalità e dell’equità. Qui sta il perché i liberali hanno a suo tempo cercato il superamento della proporzionale, come ricordavo all’inizio. Perché attraverso la chiave dei programmi condivisi, il maggioritario spinge a individuare il punto di aggregazione della maggioranza politica tra gli elettori e non tra i partiti. E così da un lato ha bisogno delle identità delle varie proposte e dei programmi, dall’altro fa saltare i bilanciamenti a tavolino tra destra e sinistra. Quei bilanciamenti che presuppongono la destra e la sinistra come pianeti contrapposti e inconciliabili, sterili satelliti di un centro destinato a regnare in una staticità che per forza scade sempre più nella decadenza.
Del resto, la realtà politica non è riducibile al riduttivo schema di qua o di là. La realtà politica è assai più complessa,. E questo, una logica maggioritaria intesa correttamente consente di coglierlo. La realtà politica non è una retta, è almeno una sfera dove i piani su cui i cittadini si muovono sono molti e le vie per collegarsi non passano di necessità per il centro. Con il maggioritario, è molto arduo se non impossibile godere delle vecchie rendite di posizione centriste contro gli opposti estremismi. Certo, il maggioritario va maneggiato senza la rozzezza delle sfide all’OK Corral. E in tal caso, individua il punto di equilibrio per la convivenza che i cittadini scelgono in prima persona tra gli indirizzi alternativi proposti dai partiti. Il vecchio centro inteso come una volta, non può più esistere. E’ scomparso, insieme al mondo che lo produceva, quello delle ideologie e della proporzionale.
Non è invece scomparsa, anzi è esaltata dal maggioritario, l’attitudine al confronto per costruire e scegliere la proposta politica di governo sui problemi da affrontare e le soluzioni da dare. Ecco il senso decisivo di spostare il terreno dello scontro politico dagli pseudo dilemmi alla progettualità. Per provare a farlo, non si può estraniarsi dal confronto che già c’è, magari in attesa di avere forza tale da imporre una proposta di governo più marcamente propria. E per l’appunto gli incontri per costruire la coalizione dell’Ulivo sono oggi il solo terreno utilizzabile per dar corpo a quel confronto.
Non solo nel senso negativo dell’assenza di alternative, dato che non esistono altri terreni, dal momento che il Polo rifiuta geneticamente la pratica di costruire l’identità mediante il confronto (perché riconosce la cittadinanza solo a chi ha compiuto atto di sottomissione al padrone e perché elaborare un programma è superfluo se poi il voto serve a scegliere chi comanda, lasciando a lui lo stabilire cosa fare). Ma anche in un senso più positivo e produttivo. Nella concretezza della discussione politica e non nei pregiudizi ideologici o di schieramento, possono maturare ed emergere ulteriori affinità e aggregazioni che potenzino il ruolo dei liberali, di tutti i laici repubblicani, socialdemocratici, democratici, anime socialiste, tra di loro e in rapporto con la grande tradizione popolare e non trascurando la presenza significativa dei verdi non fondamentalisti. Se l’aspirazione ad un maggior ancoraggio al centro non vuol essere solo un amarcord generoso ma impercorribile, la via del collaborare al programma di costruzione della coalizione dell’Ulivo è un’occasione irripetibile.
Nell’estate vi è stato già un avvio formale di contatti in questa direzione. Quel che più preme è poter rilevare i segni di una propensione non dichiarata ma palpabile a rivalutare il ruolo e la ragionevole determinazione di chi vuol favorire le grandi trasformazioni sociali senza fughe in avanti e senza attardarsi, senza precipitazione ma con lungimiranza, senza esasperare le scelte ma sapendo che le scelte devono essere tempestive. Come sempre, per noi liberali è fisiologico, i partiti indicano un indirizzo ma poi sono i cittadini che devono metterlo progressivamente alla prova, correggerlo, assestarlo e irrobustirlo. Credo però si possa dire che si sia avviato il processo per una aggregazione di programma che punti ad un nuovo patto sociale costruito con la collaborazione dell’area riformatrice, liberale, laica, popolare e della sinistra che ha superato il comunismo. E che solo per questa via si possono riequilibrare i rapporti di forza nei confronti del PdS, che non si esorcizzano altrimenti con rinnovati anatemi o restando nella logica del di qua o di là. Il ragionamento fatto nella replica alla Camera dal Presidente del Consiglio si colloca essenzialmente in questa prospettiva.
Ecco perché l’unica forza italiana liberale dell’Internazionale Liberale e del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori, non intende estraniarsi da questa scommessa di costruire la coalizione dell’Ulivo. Certo, in questo non si esaurirà la miniera del liberalismo. Ma sarebbe singolare se lasciassimo ad altri i temi che sono propri della nostra tradizione liberale, dell’alleanza progettabile tra diversi per una società sempre più aperta, fondata sui diritti di cittadinanza. Se lasciassimo agli altri il tentativo di ricuperare anche i più deboli, come risorsa per una vita civile più ricca di individualità. E magari lo facessimo perché paralizzati dal canto delle sirene dei nemici più profondi della convivenza nel segno della libertà, i fondamentalismi, la religiosità che vuole essere verità civile della convivenza, la voglia di castigo, il comandare invece di governare, il liberismo radicale, l’altro come nemico e non come convivente.
Per tutto questo, cari amici, non c’è nessun equivoco e nessuna ambiguità tra la nostra partecipazione alla costruzione della coalizione dell’Ulivo come modo di avanzare nuove proposte di governo diverse da quelle del 27 marzo, e la nostra decisione di compiere le scelte definitive quando sarà il momento delle elezioni. E’ che in questo noi, coerenti con la nostra formazione laica ed empirica, applichiamo un criterio vicino più alle antiche tradizioni delle civiltà europee del centro nord che a quella mediterranea. Prima di arrivare al matrimonio, è preferibile passare da qualche periodo e forma di prova. Si rinuncia forse ai veli bianchi e a sciorinare lenzuoli alla finestra, ma si evitano unioni improvvisate, senza equilibrio, prive di un comune modo d’essere che formano famiglie sembra solo per sfasciarle.
E poi le elezioni anticipate. Appena servono, cioè appena non ci sarà più una maggioranza parlamentare operativa. E siccome è facile previsione che questo avverrà nei prossimi mesi, prepararsi con serietà, preservando se possibile la massima funzionalità alla Presidenza italiana dell’Unione Europea, che pesa non poco sulle prospettive di credibilità internazionale dell’Italia . Il che vuol dire approntare gli strumenti necessari per scegliere (la par condicio e secondo noi anche una correzione del sistema elettorale per consentire che il voto consenta davvero ai cittadini di scegliere senza rimandare alle alchimie parlamentari la formazione di una allora sempre precaria maggioranza) . Ma vuol dire anche predisporre gli oggetti della scelta, vale a dire delle piattoforme elettorali che siano un vero programma di governo. Come dice il grande politologo liberale Lord Dahrendorf, ”dobbiamo costruire e difendere delle istituzioni che incoraggino le persone a dare delle risposte. Dobbiamo resistere alle tentazioni dell’autoritarismo . ”
Come FdL ci stiamo preparando a questo appuntamento senza iattanza ma anche ben guardandoci da uno spirito rinunciatario. Le nostre ragioni sono talmente buone da meritare da noi tutti i sacrifici necessari. Ed anche tutti gli accorgimenti tecnici necessari. Ad esempio, noi puntiamo a coniugare identità e aggregazioni anche nel proporzionale ma intanto, per evitare malintesi. Gruppo under 35, task force per operare. Irriducibili e ragionevoli. La passione civile non è riducibile ad un progetto di carriera scandito solo dallo spettacolo e dal successo. Così come la difesa degli spazi dell’individuo non si può affidare all’egoismo. Una presenza politica è importante anche solo per il fatto di esistere e di influenzare come può il clima della convivenza.
Il mondo necessariamente complesso e necessariamente incerto. Il progetto liberale è l’antidoto adatto allo stato dell’incertezza perché non vuol propinare certezze ma dare criteri per costruire l’irripetibile percorso della propria vita. In un mondo in cui non si può cogliere l’unità se non si capiscono le parti , perché le praterie sono fatte dai fili d’erba, in un mondo che ha come orizzonte la diversità degli orizzonti, che ha l’eterogeneità come norma, se non si ha la bussola liberale, non si può navigare con un minimo di consapevolezza.
Per questo rivolgiamo l’appello. Per superare il vociare degli pseudo politologi che cercare di ridurre il liberalismo ad una creatura monca asservita al liberismo radicale e che a tal fine applicano il letto di Procuste di interessate categorie contingenti per sostenere che Tocqueville è un pensatore cattolico, che Gobetti non è un pensatore liberale, che Dahrendorf, Presidente d’onore dell’Internazionale Liberale, sarebbe un pensatore socialista. Scacciamo i mercanti dal tempio. Noi siamo fieri di poter celebrare, tra quattro mesi il 70 anniversario della morte di Gobetti, martire liberale del fascismo, siamo fieri di rifarci alla lungimirante lezione di Tocqueville, alle analisi di Keynes, alle preoccupazioni sociali di Beveridge, siamo fieri di far valere gli ideali di libertà che furono di Croce, di Giovanni Amendola, di Gobetti, di Einaudi e successivamente di Malagodi e di Gaetano Martino, di Bozzi e di Valitutti ed oggi sono di Dahrendorf. La nostra identità senza ipocrisie è promuovere le aggregazioni necessarie per creare ricchezza, coesione sociale, libertà politica.

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