Vitalità della Chiesa di Roma

Le ultime settimane del ’92 paiono mostrare un volto nuovo della Chiesa di Roma. Prima è venuta l’ammissione del torto di chi processò Galileo, poi le parole di Giovanni Paolo II che riconoscono le ragioni talora obiettive per limitare le nascite con metodi naturali.
Per la gerarchia sono due atti rivoluzionari. Negli anni ’50, neppure il Segretario di Stato, il Cardinale Montini futuro Paolo VI, riuscì a far pubblicare un libro di un religioso cattolico che, senza assolvere Galileo, cercava di avvicinarsi alla verità storica. E sono dei giorni nostri le insistite battaglie della Chiesa per eliminare contraccezione e aborto.

Questi due atti hanno, è chiaro, l’intento di avvicinare la Chiesa alla sensibilità della società moderna su due questioni di grande rileuanza: il metodo della scienza e la sessualità della coppia moderna. Per questo sono due atti di grande saggezza. E come laici dobbiamo cogliere la vitalità della Chiesa di Roma proprio in questa capacità di non lasciare immobili le frontiere della pratica religiosa. La fede ha sempre voluto essere la risposta rassicurante di fronte all’ignoto, ma da un secolo i confini dell’ignoto mutano rapidamente nella coscienza di ciascuno. Alcune religioni disconoscono questo mutamento e si chiudono nella propria verità. I cattolici non escludono di adeguare le frontiere della pratica religiosa all’evolversi della società.
Un atteggiamento simile è apprezzabile in modo particolare nella situazione italiana. Il cambiamento delle nostre istituzioni e del modo di fare le scelte di governo – non più eludibile o rinviabile – è di certo reso meno arduo da una minore tensione tra la cultura laica e quella religiosa su questioni di oramai diffusa consapevolezza civile. E dunque le novità della Chiesa di Roma devono essere salutate con favore da ogni cittadino, credente e non credente.

Sarebbe tuttavia un errore grave dedurre dall’avvicinarsi della Chiesa alla sensibilità moderna, la possibilità di mettere un movimento dei cattolici in quanto tali sullo stesso piano dei movimenti politici. Anzi, il favare dei cittadi¬ni dovrà essere tanto più intenso quanto più questo volto nuovo della Chiesa di Roma resterà coerente nell’astenersi da proporre modelli politici. Il magistero della Chiesa esercita una paziente opera morale essenzialmente laddove il metodo della conoscenza e della convivenza civile non ha ancora dato i suoi frutti. I due atti richiamati, come in genere la storia, insegnano che la religione, quando sconfina nella proposta politica, non produce – almeno in tempi brevi crescita civile ed emancipazione.

L’Italia ha di certo bisogno che tutti i cittadini di buona volontà contribuiscano alla rigenerazione della vita pubblica. Ma facendo ciascuno il proprio mestiere. L’ansia di ricostruire sulle rovine di un sistema corrotto non può far confondere ruoli e compiti dei laici e dei cattolici. Per una nuova civiltà politica e nuove alleanze di ricostruzione, oc¬corrono appunto progetti e programmi che non si affidino al parametro della fede religiosa. In una democrazia liberale, i cattolici come tali non costituiscono una politica.

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