Religioni e diritti di cittadinanza

Discorso  pronunciato dal Vice Presidente PLI  a Torino al Convegno  sul tema “I liberali e cattolici” come una delle quattro relazioni di apertura (insieme a Renato Altissimo, Antonio Patuelli, Valerio Zanone)

 

Solo una struggente nostalgia o un disperato ed insopprimibile bisogno di utopia, potrebbe impedire di vedere che il comunismo è morto alla prova della storia. Per la religione del partito fatto dio, alla condanna pronunziata dagli spiriti liberali sul piano dei principi, si è aggiunta la condanna sul piano dei fatti. Il colpo finale al comunismo lo hanno assestato con libera scelta coloro che lo hanno provato.

Se il comunismo non è più un incombente pericolo per la libera convivenza, non per questo l’orizzonte è sgombro da problemi, squilibri, ingiustizie e pericoli di illibertà. E qui si ripropone la questione che sempre ritorna. Per affrontare al meglio queste sfide quotidiane, quale è il modo migliore di organizzare la nostra convivenza civile? La strada della religione o la strada dei diritti? La risposta dei liberali è l’evoluzione di quella classica, la strada dei diritti di cittadinanza. La risposta del cardinale Ruini è invece quella della religione. Di qui l’insistito appello all’unità politica dei cattolici. Parlare di questo appello dal punto di religioso non è materia dei liberali. Parlarne dal punto di vista politico e civile lo è. Terno più che dei problemi della convivenza la Centesimus annus tratta in modo approfondito.

In estrema sintesi i grandi aspetti dell’Enciclica sono tre: il passato perenne della Rerum Novarum  (Leone XIII), l’articolato presente della mondialìtà, la dottrina sociale come evangelizzazione nel segno della divina Rivelazione e della tradizione della Chiesa. Il tutto espresso in un linguaggio scevro da toni profetici e avvolto in un’atmosfera di innegabile ragionevolezza.

Delle questioni attinenti le regole della convivenza, si parla soprattutto nei capitoli IV e V, in cui si tratta della proprietà privata e dell’unìversale destinazione dei beni, dello Stato  e della cultura. E se ne parla in termini apprezzabili per un laico liberaldemocratico. Non solo non c’è più la condanna parallela del marxismo e del liberalismo, ma finalmente si accolgono  caratteri essenziali della tradizione liberale. Vengono rivalutate la capacità di iniziativa e di imprenditorialità, la decisiva centralità del fattore umano, l’importanza del libero mercato, la giusta funzione del profitto, la qualità dell’ambiente e della vita al riparo dallo sfrenato consumismo, il rilievo delle nuove forme di proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere, il ruolo dello Stato nell’ economia per dar sicurezza alla libertà individuale e alla proprietà, per consentire il libero intraprendere, per evitare i monopoli ed esercitare funzioni di supplenza in situazioni eccezionali.

La rivalutazione dell’economia libera (che, ai fini del progresso economico e civile, viene indicata come modello positivo tra quelli pos­sibili di capitalismo) è insomma completa ed organica forse come mai in un documento di valore universale per la Chiesa cattolica. Ma, per rispondere all’interrogativo circa la strada per una migliore convivenza civile, il punto è stabilire se obiettivamente si tratti di vere novità. scientifiche o politiche od operative. Novità lo sono però solo in relazione alle posizioni tradizionali della Chiesa, non dei più evoluti filoni culturali e dei paesi del mondo occidentale. Da tempo, ad esempio, questi concetti e questi principi fanno parte del bagaglio culturale della tradizione politica liberaldemocratica. Basti pensare ai documenti inseriti nello statuto del  PLI per delìnearne i principi ispiratori, dal Manifesto di Oxford del 1947 a quello sulla Società Aperta del 1986, che su molti temi sociali sono ancora più penetranti (ad esempio la forte denuncia del neo darwinismo sociale che riduce il valore dell’individuo al suo aver successo a  prescindere dal suo merito). Il fatto positivo è che la scelta di questi valori di convivenza sia maturata anche muovendo da un punto di vista di una struttura religiosa. Che si sia riconosciuto  che libertà, democrazia, concorrenza secondo le regole sono uno strumento potente di cresciuta umana, il più potente inventato dall’uomo.

In altre parole, sul piano civile la struttura religiosa è diffidente al nuovo e arriva più tardi alle scelte di cambiamento terreno.

Avvenne anche con la Rerum Novarum, quando le legittime esigenze del mondo dl lavoro furono concepite come alternativa e non come integrazione al nuovo capitalismo industriale. E questa lentezza è fisiologia, non casuale. Perché è così?

Dietro lo spirito dei diritti di cittadinanza del singolo – sempre nuovi e più ampi, da quelli naturalì, a quelli civili, a quelli politici, a quelli sociali, a quelli di disponibilità delle libertà di ciascuno contro ogni potere che possa limitarne l’uso –  c’è l’idea, maturata in secolari esperienze, che solo le responsabili scelte individuali possono trovare le risposte più adatte ai mille problemi del mondo in tempi e circostanze diversi e su temi differenti. E che per mantenere questo prodotto della azione umana deve essere assicurata ai cittadini la libertà di conoscere sempre più, di potersi esprimere, di vivere la propria vita. E questo porta ad un sistema aperto e complesso che possa mantenere compatibili le libertà dei cittadini e più articolate le relazioni di equilibrio interpersonale. Insomma c’è l’idea di affidarsi all’uomo per creare delle regole come mezzo senza farne dei fini, e dunque di costruire le istituzioni ma per pensare al cittadino. Le istituzioni non devono cristallizzarsi e quindi l’impegno è mantenerle sempre funzionali. Un’organizzazione civile e sociale sbagliata o divenuta inadeguata è il peggior male che possa incombere sulla nostra convivenza.

La Centesimus Annus invece attribuisce alla rivalutazione dell’economia libera motivi e finalità del tutto diversi (e, si noti, in parte con essa incoerenti). La proprietà è giusta e legittima ma solo se serve ad un lavoro utile alla destinazione universale dei beni. L’illuminismo e il razionalismo capitalistico sono gravi errori da aborrire. L’uomo può donare sé stesso ma non ad un progetto solo umano della realtà. E soprattutto non deve essere commesso l’errore  di dimenticare la trascendenza della persona umana.  Senza capacità di trascendenza, l’uomo si preoccupa solo o prevalentemente dell’avere e del godimento e dunque non può essere libero: l’obbedienza alla verità su Dio e sull’uomo è la condizione prima della libertà. Queste asserzionì possono essere o meno credute. Ma di certo sono una questione di fede che risulta del tutto estranea al problema della ricerca nella dimensione umana. Eppure è proprio con la ricerca nella dimensione solamente umana ed al suo interno – cioè nella dimensione che I’uomo come tale può verificare e misurare nelle conseguenze – che la società civile ha accresciuto le sue conoscenze e le potenzialità di ciascun cittadino, tanto che la stessa Enciclica da atto come gli spazi a disposizione dell’uomo siano oggi sempre più grandi. La solidarietà laica e più penetrante perché non è il religioso riconoscersì nel padre, bensì il modo di attivare le potenzialità di ciascuno.

Da Galileo a Stenone, la radice delle difficoltà e dei frequenti ritardi storici con cui la Chiesa riesce a conciliare ragione e fede, sta appunto nella fisiologica incapacità di affrontare con tempestiva coerenza la ricerca per la conoscenza terrena e umana. In partìcolare, quando si tratta di pensare le regole della convivenza civile, la religione non è attrezzara, non ha bussola, nel senso che inquadra la storia e la cronaca nella cornice del millenarismo della verità, del buono e del giusto. La fede assorbe la storia perché assume di affidarsi alla rivelazione divina, non alle scoperte degli uomini.

In questo, visione laica liberale e visione religiosa sono ben distinte ma non per questo sono inconciliabili sul piano civile. Non lo sono se l’una non invade il campo dell’altra. Il cuore della distinzione tra visione religiosa e visione laica liberale è forse proprio nel rapporto con il mistero. Che per il laico liberale è pur cosa non conosciuta ma potenzialmente conoscibile e per il religioso è una cosa che non può conoscere. La fede è un rimedio per l’irriconoscibile offerto a chi non sopporterebbe di non sapere, un porto tranquillizzante nelle tenebre dell’ignoranza. La conoscenza per il laico liberale è tutta misura dell’ esperienza urnana e la storia dimostra che nel tempo, per questa via, le frontiere del conosciuto si allargano rendendo l’uomo sempre più libero, anche se restano ben lontane dall’esaurire il conoscibile. Il laico liberale è coerente nella sua apertura a comprendere. Proprio perché il suo metodo non prevede la fine della storia e la conoscenza assoluta e definitiva, il liberale è colui che da_ più garanzie al non conosciuto perché non esclude la fede nell’immenso campo dell’ignoto anzi  ne riconosce la fecondità spirituale e la forza morale. Ma la fede non può essere applicata ai processi conoscitivi e di organizzazione  sociale dei diritti di cittadinanza. La fede presuppone la certezza della conoscenza ultima mentre la conoscenza umana e I’organizzione sociale dei diritti sono una sfida sull’incerto e sui futuri possibili per consentire ad ognuno di scegliere la propria vita. Fino ad oggi l’esperienza storica conferma che l’ approccio liberale è il più fecondo per assicurare sul piano civile la libertà e migliori condizioni di vita sempre più larghe masse di cittadini.

Tutto ciò  non esclude che nel privato il laico liberale sia credente; e neppure esclude l’influenza religiosa nella società perché comunque il liberale vive il proprio privato, la propria specificità non come egoismo ma come valore per gli altri. Ugualmente, se la Chiesa si limita al magistero morale e religioso, non sono precluse per i cattolici diverse opinioni politiche. E’ vero che, in punto di principio, la Centesimus Annus conserva una potenziale contraddizione tra l’apertura all’economia liberale e allo Stato garante da un lato e l’insistente spinta alla propria missione evangelizzatrice dall’altro, che la porta anche a dare prescrizioni abbastanza dettagliate di carattere economico sociale spiecie in merito alla auspicata concertazione internazionale per aiutare i Paesi del Terzi Mondo. Tuttavia questa potenziale contraddizione è in qualche misura circoscritta dal punto 43, dove si dichiara che “la Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra di loro”. Se questo principio venisse puntualmente rispettato, la contraddizione verrebbe ri­solta alla radice perché la Chiesa, nel campo della convivenza civile, non dovrebbe proporsi di tracciare confini, definire le regole e dettatare le scelte.

Che le cose però non siano così semplici, ce lo ricordano gli appelli del Cardinale Ruini all’unità politica dei cattolici. Appelli che in via di ipotesi non negano scelte diverse da parte dei cittadini cattolici, ma che in sostanza giudicano opportuno, caduto il comunismo, un nuovo patto unitario dei cattolici. Obiettivo del patto, far fronte al nuovo pericolo costituito da non meglio definiti poteri politico economici che vorrebbero emarginare i cattolici in nome .=di un programma culturale laicista e selvaggiamente capitalista in economia. Ma questi appelli, che mai menzionano la DC, sono forrnulati in termini assai generali e non tracciano confini inequivoci tra religione e politica. Quindi, la pubblicistica corrente ne avvalora I’interpretazione di appelli a votare la DC in quanto simbolo dei valori cattolici che i poteri invisibili vorrebbero appunto scaricare. Una interpretazione così meccanica è davvero un fantoccio polemico funzionale solo al potere DC e come tale va denunziata. L’argomento più incisivo lo fornisce la stessa gerarchia. Giovanni Paolo II in persona, parlando il 17 ottobre ’91 al. laicato cattolico brasiliano nella Cattedrale di Campo Grande, ha sostenuto una linea og­gerrivamente opposta in materia di presenza dei cattolici nel politico.

I fedeli laici, ha detto il Pontefice, non pos­sono assolutamente abdicare alla partecipazione alla politica e devono esercitare questa funzione con la piena autonomia personale di cui godono, quali cittadini della città terrena e come figli di Dio, liberi e responsabili. “È un fatto evidente che un’interferenza diretta da parte ecclesiastici o religiosi nella prassi politica, l’eventuale pretesa di imporre, in nome della Chiesa, una linea unica nelle questioni che Dio ha lasciato al libero dibattito degli uomini co stituirebbe un inaccettabile clericalismo. Ma è anche ovvio che incorrerebbero in un’altra forma non meno pregiudiziale di clericalismo quei fedeli laici che, nelle questioni temporali, pretendessero di agire, senza alcuna ragione o titolo, in nome della Chiesa, come suoi portavoce, o sotto la protezione della gerarchia ecclesiastica”.

Giovanni Paolo II ha poi ulteriormente precisato: “Abbiate il coraggio di assumervi la vostra libertà personale e responsabile e di intervenire attivamente nella vita politica…. come cittadini guidati dalla loro coscienza cristiana. E’certamente dovere e funzione dei Pastori della Chiesa aiutare a formare tale coscienza con i principi del Vangelo e la dottrina del Magistero. Tuttavia, nell’ambito dell’immensa varietà di opzioni che si offrono alla coscienza cristiana ben formata, siete voi che dovete definire le Vostre posizioni, fare le Vostre scelte – che nessuno ha il diritto di limitare, e impegnarvi, individualmente o insieme ad altri cittadini che condividono i Vostri stessi ideali, a promuovere un’azione vasta e profonda volta al corretto ordinamento delle realtà temporali.

Questa del Papa è una linea corretta che consente una soluzione positiva del rapporto tra religìone e politica. Lo consente appunto lungo un percorso di tipo liberale in quanto distingue tra etica pubblica e personali scelte di fede. E’questo il senso in cui il cardinale Silvestrini ha ricordato che l’unità dei cattolici in politica non è un dogma. Anche un cattolico può legittimamente ritenere come cittadino che la via più coerente per modernizzare lo Stato sia svilupparne la concezione laica. Modellare le istituzionì pubbliche su criteri confessionali ha sempre finito per soffocare le regole della libertà e i diritti di cittadinanza. Modellarle su una concezione laica, ha sempre tutelato anche le confessioni religiose e il loro magistero. Senza bisogno di concordati. La separazione dei poteri, pubblici e spirituali, è la miglior garanzia perhé gli uni e gli altri meglio adempiano al loro compito. I concordati – e non fa eccezione ile quello voluto da un Craxi in cerca di successi  diplomatici piuttosto che di corretti atti governo – sono fonte di contenzioso proprio perché restano sul terreno della commistione tra sacro e profano che da spazio ai clericali di ambo le parti.

Già per tutti questi motivi, l’appello di Ruini e della Conferenza episcopale all’unità politica dei cattolici, a meno di non forzarne l’in­terpretazione, non può intendersi come vincolo al voto per la DC. In più non bisogna neppure dimenticare che l’appello invita a valutare con attenzione i programmi e i comportamenti dei candidati. Ed è davvero arduo pensare che i vescovi abbiano inteso sostenere che gli uomini della DC in quanto tali siano automaticamente rispettosi dei valori cristiani.

Come liberali, senza venir meno al nostro metodo critico ma confortati dai dati dell’ esperienza, ci sentiamo di poter ribadire che la via per cambiare e organizzare meglio la nostra terrena convivenza civile è quella dei diritti di cittadinanza. E che chiunque, credente o non, voglia questo cambiamento può darcene la forza senza con ciò venir meno alla propria fede e alle proprie convinzioni.

L’essere portatori di questo metodo dei diritti, veritàsperimentalmente più fecondo nell’individuare le regole di convivenza, non significa una superiorità dei liberali sulla Chiesa di Roma. Sarebbe ridicolo pensarlo. Significa solo che per maneggiare le cose terrene l’approccio me­todologico liberale funziona meglio. E funziona meglio perché nel pensare il mondo c’è una differenza sostanziale tra il metodo liberale e i valori della Chiesa di Roma. La Chiesa di Roma è legata al dogma di fede di detenere la verità assoluta e talvolta alcuni suoi esponenti sono tentati di farne misura dei rapporti civili. Il metodo liberale pensa ad una società dell’uomo costruita sulla ricerca umana per conoscere sempre di più e per sviluppare un processo di educazione senza fine.

 

 

 

 

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