Prolungare la custodia cautelare non è il rimedio

Autorevoli esponenti governativi premono per rispondere con l’allargamento dei termini della custodia cautelare alle preoccupazioni dell’opinione pubblica circa la probabile scarcerazione di esponenti malavitosi e terroristici per i quali i tempi lunghi dei processi stanno facendo scadere i termini attualmente vigenti. Questa proposta, che si è tradotta in una bozza di decreto-legge, sembra essere un altro provvedimento tampone che non risolve alla radice le cause delle disfunzioni della giustizia e che per di più viola importanti principi di diritto.

La macchina della giustizia è lenta e lo è in modo intollerabile per una società evoluta. Negli ultimi anni , dopo un dibattito assai ampio ed approfondito, si è individuata la strada di una riforma profonda di tutto l’edificio processuale che tra l’altro assicura snellezza e rapidità. Questo nuovo codice penale entrerà in vigore il mese prossimo. Ora la bozza di decreto legge contraddice l’impostazione di fondo di questa riforma , degli orientamenti del Parlamento italiano e degli organi di giustizia europea: è una sorta di controriforma preventiva del nuovo codice e della legislazione che nei mesi recenti ne ha anticipato i contenuti.

Se i giudici competenti non arrivano ad emettere con tempestività le sentenze definitive, non è certo perché soffocati da un troppo breve termine di custodia cautelare. Il termine attuale di sei anni è il più lungo d’Europa. Già altre volte il potere giurisdizionale ha scaricato su governo e parlamento nuove richieste di estensione dei termini massimi di carcerazione preventiva sulla spinta della giusta preoccupazione dell’opinione pubblica nell’imminenza della scarcerazione di personaggi pericolosi. Accolte quelle richieste (con l’opposizione dei liberali) , oggi si torna a rinnovarle. Il tempo non sembra mai abbastanza per concludere i processi. Ma tutto ciò non è accettabile in tema di tutela della libertà personale.

Senza dubbio all’amministrazione della giustizia sarebbe opportuno garantire risorse più consistenti. Ma di molte omissioni, disfunzioni e ritardi sono responsabili troppi giudici. E soprattutto il loro organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Con la sua colpevole inerzia , il CSM ha rinunciato di fatto ad intervenire per accertare e rimuovere alla radice le cause dei tempi lunghi, innanzitutto quei maxi processi che i liberali hanno sempre contestato e che portano ad istruttorie formali e dibattimentali interminabili. Invece di correggere questa realtà, la bozza di decreto legge si dimostra ancor più indulgente e allunga fino all’indeterminatezza i tempi della carcerazione preventiva . Infatti prevede di escludere dal computo dei sei anni il periodo per lo svolgimento del processo e addirittura per la stesura della sentenza. In questo modo le disfunzioni della macchina della giustizia finirebbero per gravare solo sul cittadino-imputato. Il processo non sarebbe più un giudizio bensì una pena anticipata, con buona pace della Costituzione e delle garanzie dei diritti individuali.
carriera
Il nuovo processo penale cambierà e correggerà molte cose. Ma è anche necessario sollecitare l’approvazione delle proposte di legge, anche liberali, concernenti alcuni aspetti del funzionamento della Magistratura. In particolare è urgente riformare la composizione del CSM e le procedure della sua elezione per allentare la morsa correntizia e coroporativa. E poi devono essere rivisti i criteri di progressione della carriera dei Magistrati . E’ indispensabile ritornare ai metodi del merito, rifiutare gli automatismi, abbandonare i livellamenti delle diverse professionalità dei giudici, qualificare i criteri di selezione.
Questo per rispondere al problema della lentezza nei tempi della giustizia. Naturalmente non va sottovalutato neppure il problema più contingente, quello del rischio della scarcerazione di soggetti pericolosi . Non è però accettabile fronteggiarlo venendo meno ai principi di civiltà giuridica, imbarbarendoci. Le misure per fronteggiare questo rischio devono essere coerenti con i principi. E del resto ve ne sono, di efficaci e completamente diverse da quelle della bozza di decreto legge.

In primo luogo, devono essere accelerati tutti processi nei quali è più urgente il fenomeno della potenziale decorrenza dei termini di custodia cautelare degli imputati. Deve essere utilizzato ogni ritaglio di tempo prima della scadenza, giorni festivi compresi. Perché l’amministrazione pubblica non dovrebbe far valere per sé stessa quella severità che impone al cittadino per il rispetto dei termini che la riguardano ? In secondo luogo, per limitare gli effetti dannosi delle possibili scarcerazioni, è indispensabile adoperare tutti gli strumenti che già esistono nella legge vigente e che sono assai stringenti. Occorre applicare nella misura massima le misure di sicurezza previste dalla legge e adottare ogni strumento proporzionato alla pericolosità dei soggetti. Purtroppo fino ad oggi non si è seguita questo indirizzo. E proprio perché i giudici non hanno imboccato questa strada che alcuni di quei soggetti hanno potuto riprendere la loro attività criminosa una volta scarcerati.

Un meccanismo importante e delicato come quello della giustizia non può essere modificato sotto una pur comprensibile spinta emotiva e magari per soddisfare interessi di parte. Si possono vanificare in pochi giorni conquiste di libertà ottenute con decenni di impegno civile. Come Partito Liberale chiederemo dei prossimi giorni di incontrare il Capo dello Stato, nella sua qualità di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per sottolineare l’importanza e l’urgenza di proseguire sulla strada delle riforme della giustizia coerenti con quelle del nuovo codice penale e delle linee che ho sopra illustrato.

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