Abbandonare la strategia della mamma

Il commento di Antonio Fulvi sulla riforma portuale voluta dal governo , fa il punto della vicenda con la competenza dell’esperto in materia e la chiarezza del giornalista di razza. Leggendolo sorgono spontanee alcune considerazioni di fondo sulla posta in gioco, riconducibili al titolo assai espressivo del pezzo: “Voglio la mamma”.
La tesi di Fulvi è che i portuali difendono disperatamente i privilegi (indubbi) della “loro” Compagnia soprattutto perché la Compagnia è per loro un porto sicuro. “Insieme mamma e tutrice, assicurazione e pensione, confidente e amante, è tentacolare e qualche volta burocratica, ma è bravissima e si è sostituita in maniera quasi perfetta alle inefficienze dello Stato, degli Enti Locali, della burocrazia”. E dunque , ammonisce Fulvi richiamandosi ad un’epopea africana, per vincere questa resistenza disperata dei portuali bisognerebbe sostituire l’idolo della Compagnia con qualcosa che vale di più.
Se questa tesi descrive realisticamente la mentalità dei portuali, vi è un motivo di più per sostenere la scelta del governo di abolire i loro privilegi (innanzitutto cominciando a far rispettare le leggi che ci sono già): la difesa dei meccanismi di una convivenza libera e democratica. Di fronte alla necessità di un equilibrato ed equo sviluppo socio-economico, nella prospettiva della sfida del Mercato Unico Europeo del ’92 , pensare di percorrere la strada dell’organizzazione corporativa che si arrocca sui propri privilegi ( magari ottenuti anche al di fuori di quanto codificato) , è , prima che anacronistico, profondamente illiberale e non democratico . Quel qualcosa che vale di più rispetto alla “mamma”, sono appunto i valori generali della libertà e della democrazia, politica ed economica. I valori che gli stessi portuali hanno dato più volte prova di condividere e di applicare , come negli anni difficili della lotta al terrorismo.
Nel nome di quei valori, i portuali debbono convenire che l’impegno della collettività non può esser certo quello di assicurare a qualcuno dei vantaggi, economici o normativi, a scapito di altri. L’impegno è darsi delle regole che valgano per tutti, nel senso di consentire a tutti di esprimersi al meglio, professionalmente e privatamente, nell’ambito di una concorrenza secondo le regole. I diritti di cittadinanza devono valere per chiunque, non solo per i più fortunati e nemmeno solo per i più abili. I privilegi monopolistici delle Compagnie Portuali nei confronti degli altri lavoratori e delle altre imprese, sono tali e tanti che non è possibile negarli.
La difesa della “mamma” non è più una strategia positiva. La mamma idolatrata, quand’anche è stata brava ( e non lo è stata neppure sempre e dovunque), lo è stata approfittando largamente di quei privilegi e scaricandone i costi sugli altri, lavoratori e imprese. La mamma non ha aumentato, bensì ha ridotto l’efficienza complessiva del sistema; però ha ritagliato una fetta più grossa per i suoi figli. I figli possono esserne privatamente contenti ma l’esperienza ci ammonisce, anche tragicamente, sul dove possa portare il criterio di soddisfare le proprie esigenze affidandosi, più che alle regole dello Stato, alla mamma idolatrata e magari santa. In una società democratica e libera, non si possono consentire simili forme di privilegio privato nella gestione di risorse pubbliche come sono i porti. Dunque, vanno cambiate le leggi che li avevano introdotti e abbandonate le consuetudini che li avevano addirittura ampliati. Era meglio pensarci prima. Sarebbe delittuoso non farlo oggi.
Le trattative tra le parti sociali devono continuare, sempre, perché senza ragionare non si può costruire. Ma la trattativa non può che partire dall’ accettazione dell’idea, radicata nella Costituzione, che non sono consentibili monopoli di privati , come oggi è quello della “mamma” Compagnia Portuali. Per il resto, una volta riconosciuto che le questioni di libertà e di equità passano dall’abbandono della strategia della “mamma”, aggiustamenti di metodo e anche di merito sono sempre possibili, auspicabili, anzi doverosi.

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