Massoneria e vita pubblica in Italia

Convegno  “250 anni di massoneria in Italia”  organizzato  a Firenze dal Grande Oriente d’Italia.

ATTI, intervento di Raffaello Morelli

 

Signori convegnisti,

la mia qualificazione di uomo politico liberale, che poi è anche la ragione della mia presenza a questa tavola rotonda, fa comprendere subi­ro e di per sé che non ho i titoli professionali per trattare della ricostruzione stori­ca e giuridica dei problemi sollevati nella relazione Mola, soprattutto, e poi degli mterventi del Prof. Gaito e del Prof. Amato, proprio perché non ho l’ottica dello studioso del ramo. Ho invece i titoli politici e pertanto le mie considerazioni, an­che se abbastanza sintetiche, saranno marcatamente di carattere politico-civile. Proprio per questo, saranno attente a quale possa essere, dal punto di vista genericamente democratico liberale, il modo corretto di porsi il problema dell’associazionismo massonico nell’evolversi della società italiana e a quali possano es­sere, in linea generale, le questioni politico-istituzionali concernenti l’applicazio­ne della legge 17 del gennaio 1982.

Ciò premesso, la prima considerazione vuole essere un inventario flash delle  posizioni dei partiti e delle rispettive aree politico-culturali sulla questione masso­neria. Per compilarlo userei come test due quesiti. Il primo quesito è: la massone­ria può essere considerata una libera associazione riservata, ma non segreta, ai sensi dell’art. 18, l” comma, della Costituzione? Il secondo quesito è: l’appartenenza alla Massoneria può essere compatibile con l’iscrizione ad un partito?

Con questo test, le posizioni che emergono sono schematicamente tre: l’area laica, liberaldemocratica e socialista dà a questi quesiti una duplice risposta affer­mativa, cioè la massoneria è un’associazione riservata, ma non segreta ed è com­patibile essere iscritti ad un partito e alla massoneria.

L’area comunista risponde con un sì e con un no. Risponde sì al primo quesito. cioè la massoneria per il partito comunista è un’associazione riservata ma non se­greta. Ed è questa una risposta, tanto più significativa, in quanto è stata data pro­prio in questi mesi, in mezzo all’infuriare delle polemiche contro la P2 da altissimi esponenti di quel partito, dall’on. Cecchi, vice Presidente della Commissione P2, a Luigi Berlinguer, neo-responsabile nazionale per i problemi dello Stato e da molti altri. Poi vi è il no che è la risposta al secondo quesito: cioè per l’iscritto al partito comunista vi è una incompatibilità politica, ufficialmente più volte confer­mata, con l’appartenenza alla massoneria.

Infine vi è la terza area, l’area democristiana che risponde con un duplice no ai due quesiti. Un no, sia pure annacquato da rilevanti zone di imbarazzanti e sfug­genti “no comment”, al primo quesito. Cioè un no alla possibilità di considerare la massoneria solo un’associazione riservata (ne darò esempi concreti già avvenuti in Italia, specificamente in Toscana) e un no alla compatibilità della doppia iscri­zione alla D.C. e alla massoneria. No che è sancito, non solo nella prassi, come nel caso del partito comunista, ma che è una precisa disposizione statutaria che si richiama, con evidenza, a preclusioni ideologiche.

Questo inventario flash può costituire un utile punto di riferimento per chi, come i laici, i liberaldemocratici e i socialisti, è impegnato, sia pure con gradi di li­nearità e di coerenza diseguali, nella guerra senza fine per assicurare al libero associazionismo quegli spazi costituzionalmente garantiti, ma non di rado rimessi in discussione dagli idolatri di un burocratismo centralizzatore che anelano al conformismo di un ordine religioso-statuale che tutto avvolge e soffoca. Piaccia o non piaccia, se si vuol stare ai fatti ed ai comportamenti, e non agli ammicchi fur­beschi lanciati nei corridoi del palazzo, occorre dire che la minaccia, forse più sub­dola, ma non per questo meno reale, al valore del libero associazionismo, nella fat­tispecie di quello massonico, viene da vasti ambienti democristiani, si badi bene democristiani, non della gerarchia cattolica, che su questo punto, con il nuovo codice di diritto canonico di quest’anno e anche con diffusi atteggiamenti, mostra una cautela e una flessibilità obiettivamente rilevabili. La D.C. – e la D.C. toscana in primo luogo, ma non la sola – ha dato delle prove inequivoche su questo terre­no quando, rifacendosi ad un ideologismo che spregiava i valori dello Stato laico, ha proposto in un disegno di legge che è stato discusso durante tutto l’inverno e poi questa primavera, di assegnare – cosa che a noi pare gravissima – non alla ma­gistratura, come la legge 17 prevede, bensì alla Giunta regionale, il compito di sta­bilire se una associazione è o non è segreta. L’argomento della democrazia cristia­na, non casualmente in questa richiesta consenziente con la posizione del movimento sociale, e solo con esso, è che ciò avrebbe consentito di combattere effica­ciemente le associazioni segrete, perché la Regione, senza attendere lungaggini di rocessi, avrebbe avuto la possibilità di comminare sanzioni disciplinari ai sospettati di far parte di associazioni sospettate di essere segrete, qualcuno ha parlato di “sospetto al quadrato.”

Gli altri, i laici ed il partito comunista, sostenevano che non era vero, perché argomentavano che, se si abbandona la strada della magistratura, si apre la stagio­ne della caccia alle streghe e si abbandonano tutte le principali garanzie caratteriche del sistema democratico piombando di nuovo negli anni bui dei tribunali speciali e dei processi sommari. In altre parole, la lotta alle associazioni segrete de­ve essere un impegno politico di tutti i democratici, ma deve essere combattuta con la ragione ed il diritto rispettando quegli istituti di garanzia e di trasparenza dei quali il segreto vuol esso sovvertire i valori. Quando il diritto cede al fanati­smo dei sospetti, la libertà davvero comincia a morire.

E se questa legge non è passata, o meglio se non è passata questa norma nem­meno nella legge che poi, come vedremo, è stata successivamente votata, si deve anche al fatto che su questo punto, vale a dire sul fatto che l’associazione massonica non è associazione segreta, anche il partito comunista era d’accordo.

La mia seconda considerazione è attorno al problema del perché, nonostante questo arco di forze abbastanza ampio disposto a riconoscere che la massoneria è una libera associazione riservata ma non segreta, la massoneria si trova da mesi al centro di forti polemiche e, in taluni casi, di violenti attacchi, alimentati soprattut­to negli ambienti giornalistici, che vanno molto al di delle tradizionali preclusioni meramente ideologiche.

Credo che la questione sia complessa, ma al fondo possono essere individuati due aspetti; il primo aspetto è che vi è stato il disegno di chi ha fatto della masso­neria il fantoccio polemico per una polemica politica nei confronti dell’area laica, preoccupatamente avvertita in crescita. A costoro, che i legami massoneria-partiti laici fossero più o meno stretti, che vi fosse o no reciproca autonomia, poco im­portava. Importava invece che, partendo dalla ripulsa morale e democratica dell’esperienza affaristico-mafiosa della P2 e passando per il tramite dei rapporti di degenerazione patologica fra massoneria e P2, si puntava a scaricare quella ripulsa morale e democratica sui partiti laici.

C’è poi il secondo aspetto. Vi è stato e vi è anche uno scontro di alto interesse poìitico – nell’accezione più alta del termine politico – circa il ruolo che deve ave­re nelle nostra società una libera associazione, circa i suoi possibili rapporti con i meccanismi della struttura pubblica e circa le interconnessioni tra principio di ri­servatezza e principio di trasparenza. Mi sembra che in un convegno come il vo­stro, questo sia il vero aspetto chiave. E lo sia al di delle pur sacrosante polemi­che sui rozzi schematismi ideologici di chi cerca di cogliere ogni occasione per rimettere in discussione gli assetti pluralistici dello stato democratico, spregiati proprio perché non contemplano la adorazione acritica della verità di parte; e lo sia al di là del dibattito, per voi assai appassionante, sulle strumentalizzazioni partitiche in cui siete stati oggettivamente coinvolti.

Allora, se questo è l’aspetto chiave, la terza considerazione è una sintetica ana­lisi dei contenuti di questo scontro e delle posizioni delle varie parti impegnate in esso. La posizione del partito comunista muove dalla valutazione gramsciana se­condo cui nel risorgimento la massoneria fu il perno dell’alleanza delle forze de­mocratiche ed una delle forze più efficienti dello Stato nella società civile, per argi­nare le pretese e i pericoli del clericalismo. Una valutazione positiva dunque, co­me è noto. Questo periodo finì con lo svilupparsi delle forze operaie e delle lotte operaie che hanno spostato il terreno su cui proporre e rafforzare le strutture dell’assistenza pubblica a favore del cittadino, e che hanno cambiato le modalità con cui assicurare la presenza e la continuità dello Stato nella società civile come fattore di democrazia e di progresso. Oggi, dicono i comunisti, la massoneria può liberamente esistere come libera associazione, ma siccome la molla essenziale dell’affiliazione ad essa resta il solidarismo ed essendo la funzione di solidarietà pubblica assolta direttamente dallo Stato, occorre evitare che l’esercizio del solida­rismo massonico possa non solo degenerare in forme di corruzione quale la P2, ma anche, ed è il caso che qui più interessa, portare a forme di scarsa trasparenza nell’esercizio di funzioni pubbliche elettive o di una nomina pubblica da parte di persone appartenenti alla massoneria.

Dunque, concludono i comunisti – e a questa conclusione con lo zelante plau­so dei democristiani, hanno ispirato la legge regionale in Toscana che, peraltro, due giorni fa è stata rinviata dal Commissario di Governo – deve esistere una prescrizione normativa dell’obbligo di dichiarare l’appartenenza a qualsivoglia orga­nizzazione, o almeno a quelle di carattere politico, culturale, sociale, assistenziale e di promozione economica, da parte degli eletti in assemblee politiche ed istitu­zionali, o da queste ultime nominati a dirigere enti pubblici. Tutto ciò perché, di­cono, il diritto alla riservatezza degli uomini, la loro privacy, trova un limite inva­licabile nella necessità di trasparenza e di controllo.

A noi liberaldemocratici e credo laici, e a me personalmente, queste conclusio­ni appaiono gravemente semplificatorie e di conseguenza assai pericolose. La sem­plificazione non consiste certo nella forte richiesta di trasparenza. Anzi, le forze laiche, liberaldemocratiche, socialiste rivendicano su questo punto una innegabile primogenitura perché da lungo tempo, circa 15 anni, abbiamo insistito sulla neces­sità di bonificare lo Stato e di proteggere l’istituzione e l’azione di Governo, com­plessivamente intesa, dai possibili condizionamenti di interessi inammissibili.

Questo perché, deviando dai corretti cànoni del processo di formazione delle volontà pubbliche, vengono assunte decisioni di cui, a prescindere dall’intrinseca maggiore o minore fondatezza, certamente non risultano chiare le reali finalità al cittadino, e che dunque sfuggono ad ogni controllo del cittadino, elettore sul loro successivo evolversi. Ciò è cosa gravissima perché significa avere spezzato il nes­so essenziale del sistema democratico, fondato sulla rappresentanza politica e cioè su di un valore preziosissimo della civiltà occidentale. Ciò è ancor più grave nel caso specifico italiano perché qui il filone solidaristico assistenziale, quasi con na­turalezza per le strutture del nostro Stato, tracima nel sottogoverno corruttore e fa da anello di congiunzione con i peggiori ambienti dei gestori del potere proliferato all’ombra democristiana. Ecco perché noi pensiamo che non è sul fatto della tra­sparenza che hanno torto i comunisti: in questo hanno ragione ma arrivano in ri­tardo, perché 15 anni fa, quando si proponevano queste cose, venivamo irrisi e de­risi e le nostre proposte venivano bollate come richieste borghesi.

La semplificazione grave che fanno i comunisti (a nostro avviso per un errore strettamente legato al loro residuo bagaglio ideologico) è quella di considerare ine­sistente o addirittura impossibilitata ad esistere, una forma di libera associazione che si proponga istituzionalmente di meglio formare ed attrezzare i suoi aderenti in termini culturali, tecnico-scientifici, di scambio di esperienze, di conoscenze, e questo a fini strettamente privati, nel senso che viene soddisfatta l’esigenza privata di miglioramento del singolo cittatino aderente tramite una sorta di personale alle­namento e che, viceversa, viene lasciata al singolo la successiva scelta di come uti­lizzare questa sua più perfezionata preparazione. È stato scritto che se un cittadino desidera associarsi con altri, per fini leciti, deve poterlo fare senza che ciò diventi immediatamente e necessariamente noto al vicino di casa ed al collega di lavoro, all’amico, all’indifferente o all’avversario. Appartiene alla ricchezza della vita individuale e sociale potere testimoniare in pubblico la propria fede, ma le appartiene anche potere sviluppare le proprie scelte nella buona terra della riserva­tezza, lontano dagli sguardi curiosi e dalla inframmittenza di chi quelle scelte non condivide o combatte.

Questa semplificazione del sacrificare totalmente la riservatezza alla trasparen­za porta al grave errore che si era commesso nella legge regionale votata da tutti con l’astensione nostra e quella dei socialdemocratici. Obbligare una categoria di cittadini, i titolari di cariche pubbliche, a dichiarare se e come ci si è associati, si­gnifica introdurre un pesante condizionamento sul privato e per attività che non sono penalmente perseguibili (questo è un dato molto importante cui bisogna por­re memoria): un condizionamento, sia in forma individuale, nel senso che alme­no per il cittadino di quella categoria non c’e più il diritto alla riservatezza privata, sia in forma collettiva, nel senso che il privato dei cittadini titolari di cariche pub­bliche diviene una componente del giudizio politico su di loro.

Ciò contrasta profondamente con la grande tradizione del pensiero democrati­co occidentale, con la civiltà occidentale stessa, sia perché in questa civiltà è un interesse pubblico che esista il diritto al privato per chiunque, sia perché certi temi del privato, come religione, sesso e scelte di vita, devono restare estranei a valuta­zioni politiche. Ed ecco perché, secondo noi, attraverso l’eliminazione della riser­vatezza, si attenta di fatto – forse non subito, però si mette in moto un processo, si lascia cadere lungo il pendìo un sassolino che poi può divenire una valganga – si attenta di fatto, in prospettiva, al libero associazionismo.

Questo è gia di per sé grave, perché si tratta dei principi basilari di tutta la tra­dizione occidentale che  si possono contraddire senza dirlo. Ma oggi questi principi sono ancor più essenziali perché la nostra società sta allontanandosi con crescente velocità dallo schema classico di una società industriale e già si trova a dover affrontare i problemi di una società post industriale, caratteriz­zati dalla sempre più ampia e rapida ed interconnessa possibilità di comunicare, di informare, di programmare, di controllare. Questi problemi porranno necessaria­mente in primo piano, non più le questioni del possesso dei mezzi di produzione, delle classi conflittuali, della giustizia sociale di stampo ottocentesco, bensì il pro­blema delle necessarie e sempre più ampie preparazioni interdisciplinari e della consapevolezza dell’individuo allo scopo di dominare i processi di comunicazio­ne e di informazione senza esserne dominati e di potere esaltare le opportunità di collegamento tra i cittadini, singoli ed associati, scongiurando gli abusi po­tenzialmente presenti nella concentrazione di conoscenze, e quindi di potere, che possono formarsi in un’era tecnocratica altamente informatizzata.

Nell’enorme villaggio planetario in cui potrà trasformarsi il nostro mondo, non serviranno più solo il solidarismo, il mutuo soccorso intesi come supplenza alla scarsa socialità o come protezione verso l’esterno per ottenere quanto comunque sarebbe dovuto al cittadino, e che non viene dato al cittadino per le incrostazioni di un assistenzialismo parassitario dello Stato che alimenta l’inefficienza per trova­re in essa alimento e giustificazione. In questo villaggio occorreranno sempre più cittadini altamente responsabili e consapevoli come uomini perché solo con citta­dini del genere il sempre più complesso, e dunque più delicato, meccanismo della società aperta potrà funzionare adeguatamente.

In altre parole, sarà sempre più interesse pubblico che esistano privati e associa­zioni private, che usufruiscano della riservatezza come occasione di vivere il dirit­to al privato in uno spirito privato, cioè uno spirito che non intenda mascherare scorciatoie per inconfessabili scorrerie di rapina nel pubblico e non intenda nep­pure scadere nel disinteresse per il pubblico: uno spirito privato che si migliora in sé e che opera nella società in cui vive per meglio esprimersi e per servirla facendo­la partecipe delle proprie conoscenze e della propria professionalità.

Certo, non spetta a noi dire se l’associazione massonica può, dal suo punto di vista, essere tutto questo, oppure se vuol limitarsi ad essere solo una società filan­tropica e di beneficenza (funzione perfettamente legittima, anche se a noi pare che attualmente sarebbe una funzione meno caratterizzante e intrinsecamente sot­toposta, nella struttura dell’assistenzialismo pubblico italiano, a maggiori rischi di degenerazione a meno che non faccia sue le regole della pubblicità delle orga­nizzazioni massoniche di altri paesi). Ma una considerazione conclusiva mi sia consentita. La massoneria ha pesato di più, quando è stata in sintonia con le esigenze del tempo in cui viveva. Non a caso, da quanto è parso di cogliere nelle relazioni, in una società precapitalistica come era l’Italia delle lotte risorgi­mentali, la massoneria fu senza dubbio uno dei più importanti strumenti di diffusione della consapevolezza democratica: perché le sue ragioni strutturali di ti­po, in qualche modo, corporativo, tendevano ad identificarsi con le ragioni strut­turali di quella vecchia organizzazione sociale, ma le aggiungevano i contenuti de­mocratico-egualitari della propria cultura.

Forse, non per caso, nella società industriale dove la lotta politica doveva farsi e si deve fare a viso aperto e senza schemi simbolici, c’è stata una minore influenza da parte della massoneria. Ricordiamo le critiche di Croce e quelle di Gobetti, se si vuole. La forma di società privata di mutuo Soccorso non era più in grado di af­frontare quelle dure lotte, quei momenti di lotta aperta in cui c’era necessità di es­sere intransigenti, non tanto come singole persone – di ciò molti massoni diedero personalmente prova anche fino ad estreme conseguenze – quanto per organizzare nella società un certo tipo di dissenso; e la tolleranza, invece di essere spirito pro­fondamente laico, talvolta malintesa, tendeva a divenire pragmatico spirito di transazione. Per questo, forse, il tono era in prospettiva un tono di caduta.

A noi sembra – ed è questa la considerazione conclusiva ­– che nella transizio­ne verso il post industriale, dove c’è forte bisogno di consapevolezza e di compor­tamenti dei singoli coerenti con gli ideali di libertà e con la capacità interdiscipli­nare di comprendere il reale, dove c’è questo sforzo fondamentale e complessivo, che deve investire tutti noi, a conoscere, a capire, ci sia la necessità di associa­zioni libere e di un rilancio profondo dell’associazionismo libero anche di ricerca, non solo di difesa di interessi, siano essi di natura sindacale o corporativa, come nel nostro Paese. Seguendo questo filone e scoprendo questi valori, veramente si può svolgere una funzione associativa importante nella linea di tutto il discorso che qui, sinteticamente, vi ho fatto.

Noi pensiamo che la massoneria abbia titoli, titoli storici anche, per trovare crescentemente un proprio spazio operativo all’interno della società post industriale; a patto che sappia valorizzare le radici culturali della propria tradizio­ne democratica, scoprendo sempre di più quel ruolo di pedagogia laica e democra­tica che formò gli uomini che le meritarono i giudizi positivi, gli uomini che presero parte all’opposizione al fascismo e gli uomini che, nell’Italia repubblicana, han­o dato il loro rilevante contributo a battaglie profonde di civiltà quali quella sul divorzio  o per i diritti civili e per l’abrogazione del concordato. Pensiamo anche che dovrebbe abbandonare alcune velleità (che ci sembrano abbastanza largamen­te abbandonate, ma è opportuno sottolinearlo nuovamente in questa vostra mani­festazione pubblica) che pure trasparirono in alcune interviste alla stampa, alcuni anni fa, di diventare una struttura di massa.

In un’epoca in cui i partiti di massa sono in crisi e cercano essi stessi di ricon­vertirsi in qualche maniera, superando la volontà di occupare acriticamente lo Sta­to, ci sembrerebbe assurdo che questo desiderio di diventare un partito di massa venisse a cogliere la massoneria, la quale, invece, deve svolgere il suo ruolo storico di illuminata e creatrice minoranza culturale, caratterizzata dal particolare rigore democratico e laico nella formazione degli uomini attraverso la conoscenza, attra­verso l’abbandono dei pregiudizi, soprattutto quelli religiosi e ideologici. In tale caso, davvero, la riservatezza di questo tipo di uomini è perfettamente lecita e non contrasta affatto con il principio della trasparenza.

Noi liberali, e qui credo di non rappresentare solo questo partito, ma di essere occasionalmente rappresentante del più vasto filone laico che si sviluppa dal risor­gimento fino ad oggi, ci battiamo tutti perché gli ordinamenti dello Stato consen­tano, ed anzi promuovano, l’esistenza di libere associazioni senza le quali, come è stato già qui ricordato, non può esistere uno Stato libero e democratico fondato sull’individuo responsabile che si associa agli altri.

 

 

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