Il dissenso liberale è l’infaticabile costruttore del sistema delle garanzie

Discorso pronunziato il 3 marzo 1970 a Reggio Emilia in occasione del Convegno ” Liberalismo ’70 ”

 

Il prof. Sartori ha iniziato la sua relazione dicendo: «Uomo di partito non sono e non voglio toccare con il dito cose che non so », lo, che uomo di portito sono, vorrei invece « toccare “, sia pure fugacemente, alcuni punti non secondari sulla realtà del liberalismo come partito. Questo anche per trarre i doverosi spunti dai discorsi concretamente stimolanti dei professori Mat­teucci e Sartori. ·Credo, infatti, che sarebbe far loro grave torto ridurre, od anche solo intendere, questo convegno come una pura esercitazione accademica sul liberalismo.

Senza dubbio il liberalismo esiste e si manifesta ripensando se stesso; ma il ripensamento non può certo solo limitarsi ad un livello astratto quando è la realtà effettuale, la maniera di essere del liberalismo che oggi hanno bisogno, prima di tutto, di attente cure. Se anche in questa occasione si dimen­ticasse tutto ciò, non si farebbe altro che aggiungere un nuovo « pezzo» alla nostra notevole collezione di paraventi qiustlfica­tivi: quei paraventi, quasi degli alibi, che di tempo in tempo vengono confezionati per finire nel salotto buono d’una solitaria dependance di campagna frequentata solo dagli amatori. Gli approfondimenti critici, la ricerca culturale sui propri connotati, hanno un valore se condotti allo specchio della realtà e tenendo conto di quanto essa riflette, comprese le deformazioni. Il mio primo auspicio è dunque che la discussione in corso sul futuro del liberalismo (’70 e ancor meglio ’90) non sia destinata ad essere solo culturalmente una pagina rilevante nell’intervento di alcuni, ma a restare politicamente poco più di un incontro mon­dano.

UNA DOMANDA NON OZIOSA

E’ rifacendosi a questo ausprcro. che mi sembra emblematico scegliere come punto di partenza per alcune considerazioni sul liberalismo, un colpo d’occhio sullo stato attuale del nostro paese. Più o meno tutti sono convinti che siamo allo stadio del non funzionamento delle strutture dello Stato, dell’assenza, che va accentuandosi, di qualche ordine sociale, della mancano za di una coerente linea interpretativa e risolutiva a livello dei partiti di governo, di una iniziale messa tra parentesi di alcune libertà garantiste personali e collettive, di una crisi della rap­presentatlvìtà. di un irrefrenabile impulso verso gli egoismi di categoria, di un crescente ricorso alla violenza. Ora, la doman­da che obbligatoriamente ci si deve porre di fronte a questi fenomeni – che nel nostro paese possono trovare alcune preoccupanti sottolineature, ma che non ne sono certo una ca­ratteristica esclusiva – è quali rapporti intercorrano o possano intercorrere tra di essi e il liberalismo, e quindi quale debba essere, in loro presenza, l’atteggiamento di quell’associazione dei liberali ufficialmente organizzati che è il PLI.

E’ una domanda che gli avversari più accaniti del liberalismo e i suoi sostenitori più integralisti definirebbero oziosa. Con una significativa risonanza direbbero che il vero liberalismo è, per sua stessa definizione, l’esatto contrario di tutto questo e che quindi non può esser che l’implacabile oppositore del di­sordine, della democrazia diretta, dell’egoismo settoriale, della violenza.

In realtà, amici, credo che la domanda non sia affatto oziosa e che abbia dei risvolti molto più sottili e determinanti nelle loro implicazioni. Se si volesse usare questa domanda come un test sull’esser liberali, bisognerebbe essere consape­voli che la chiave di questo test sta non nelle risposte possi­bili, ma nel come e nel perché vien data una certa risposta. La sicumera della risposta fissa e obbligata ha già in sé i ger­mi, se non il tratto distintivo, della illibertà. La motivazione della risposta, il suo come, i suoi perché, la sua problematica in una parola, sono il solo modo autentico d’esser liberali. Già di per sé costituiscono un modo nuovo di proporsi al con­fronto; ma quel che più conta sono l’unico per manifestare la propria vitalità nel momento presente. Sarebbe sciocco na­scondersi dietro a un dito. In relazione ai problemi che costitui­scono l’oggetto della domanda postaci, troppe persone giudicano ·il liberalismo morto, perché chi crede e opera nel segno del suo ideale non sia sollecitato almeno a meditare sul suo modo di esistere, di manifestarsi, di svolgere la propria funzione. Que­sta non è autoflagellazione disfattista. Mai come ora meditare sulla possibile morte è un’apertura alla vita, perché il libe­ralismo è innanzitutto consapevolezza, che come la verità è nuda, senza veli pietosi.

 

LlBERALISMO COME METODO

Esser convinti che la chiave del test sono «i come e i perché» della risposta è già molto importante perché vuoi dire aver coscienza di un dato basilare dell’essenza del liberaìismo. E cioè che non c’è una qualche definitiva codificazione di cosa sla il liberalismo e che non è mai esistito, né potrebbe essere altri­menti. uno stato liberale cui rifarsi quale mitica età dell’oro.

In proposito, all’XI congresso del PLI, la tesi n. 10 della mozione «Presenza Liberale” diceva esattamente, che «una società è liberale nella misura in cui risponde a determinati requisiti che precisano certe caratteristiche generali nei rapporti individuo comunità, ma che non definiscono – né se lo propongono – un modello di società staticamente identi­ficato. Non potrebbe essere altrimenti perché il liberalismo è nella sua essenza, un metodo d’analisi e di comportamento nella società in cui si vive. Il modello in senso stretto di so­cietà liberale non può dunque esistere. Esiste piuttosto, in ogni circostanza storica, un certo tipo di struttura sociale che può realizzare meglio delle altre il metodo liberale e che quindi può dirsi, solo relativamente al suo tempo, un modello di so­cietà liberale. In termini politici, le esigenze liberali nascono dallo scarto tra la realtà effettiva delle strutture societarie e il modello ideale che in quella determinata situazione storica meglio può garantire il metodo liberale “. Il liberalismo è qui correttamente visto come rapparto continuo tra l’individuo, la collettività, la situazione storica, e dunque come metodo poli­tico inteso a trasformare l’ordine esistente per impedire la sclerotizzazione delle strutture e ostacolare ogni tendenza alla chiusura del circuito sociale.

Rifacendosi in questi termini al liberalismo non si dice, in verità, nulla di particolarmente nuovo o di rivoluzionario, anche se queste cose sono poco meditate da chi confonde il libera­lismo con una sua circoscritta incarnazione storica e da chi lo accetta senza approfondirne e rispettarne le conseguenze. Di­cendo queste cose, si cerca piuttosto di ritrovare il filo logico d’un discorso che nel tempo si è ingarbugliato e appesantito di scorie estranee alla sua essenza. E si badi bene. Questo non significa ricadere nel « niente di nuovo sotto il sole” caro, per altri versi, ad una certa ottica deformante liberale. Il nuovo  c’è e si realizza proprio perché il liberalismo è un rapporto, un  metodo , che non pretende di fissare la realtà nei suoi sus­seguenti momenti temporali, eternizzandola di fatto e quindi chiudendola.

In altre parole, il nuovo è il ricupero del senso più profondo del liberalismo là dove si incontra con lo storicismo che – come è stato incisivamente detto – non significa acquizione dell’esistenza come tale, contemplazione del presente grazie al passato e del passato grazie al presente, ma comprensione del carattere dinamico del reale, come processo di continua tra­sformazione sociale. Una trasformazione che è l’essenza del progresso, quando per progresso si intenda non solo un conti­nuo storico ma, al contrario del marxismo e  dell’idealismo, un continuo storico non finalizzato e non automaticamente deter­minantesi che si realizza proprio nell’affrontare i sempre nuovi scarti tra il dato empirico della situazione reale e quella che, alla luce della critica, dovrebbe essere per assicurare un mag­gior grado di libertà. La distanza tra idealità e realtà tende così sempre a diminuire in un processo che non ha fine. Il libera­lismo come rapporto tra essere e dover essere non è perciò il camaleonte revisionista che si muta per adeguare alla real­tà il proprio ideologismo. E’ invece l’unico modo coerente per assicurare il perseguimento dei valori prescelti.

 

IL GARANTISMO LIBERALE

Ma se il liberalismo è tutto questo, di quanto e in cosa va corretta la sua incarnazione italiana o almeno la sua im­magine corrente?

Innanzitutto bisogna cancellare l’idea di un liberalismo come arte di governo e più in generale come arte della ge­stione del potere. Proprio perché il liberalismo è soprattutto « una teoria empirica sui mezzi e sui dispositivi di sicurezza “, è necessario valorizzarne il tratto veramente congeniale: il li­beralismo come inesauribile catalizzatore delle libertà, come conflittualità parmanente contro le illibertà, cioé come oppo­sizione ad ogni forza sociale chiusa e stagnante e quindi ad ogni potere che si fondi su tali forme o che le favorisca an­che solo di fatto.

In questa prospettiva, l’arte di governo – ritenuta da mol­ti la virtù liberale per antonomasia – diviene uno strumento occasionale sulla strada del liberalismo, necessario ed efficace nella misura in cui, fondandosi su un consenso di libertà, serve a combattere una illibertà maggiore e più pregnante e a promuovere istituti garantisti delle libertà minacciate appunto dal potere dominante. Ma l’esercizio del governo tende fatalmente a ripiegarsi su se stesso. E’ una costante del comporta­mento umano la tendenza di ogni gruppo di governo all’oligar­chia, cioé all’allentarsi dei legami con i sempre nuovi problemi di libertà e con il consenso ad essi relativo. A grado a grado che si verifica questo ripiegamento, l’esercizio del potere di­viene un fattore di stagnazione e quindi di crescente non-libertà che il liberalismo deve eliminare, anche contro la sua stessa eventuale incarnazione del momento. In sostanza, l’arte di go­verno può essere per i liberali una tra le possibili occasioni di realizzare quelle che abbiamo chiamato le esigenze liberali: non può essere nulla di più.

E’ bene rimarcare, in ogni modo, che sotto il profilo logico concettuale, ancora a monte dell’idea «Iiberalismo = arte di governo» sta quella « liberalismo = Stato di Diritto» e più an­cora quella «liberaltsrno = garantismo» su cui è altrettanto necessario schiarire le idee. Già la tesi 31 della mozione « Presenza liberaìe » all’XI Congresso PLI  chiariva giustamente che « i liberali non devono dimenticare che lo Stato di Diritto non è contemplazione passiva delle leggi esistenti ma impegno ideale e politico a mantenerle sempre adeguate alla realtà in in evoluzione ». In effetti è vero che il liberalismo opera fonda­mentalmente attraverso proposte garantiste delle libertà e che, in questo senso, si può indicare con Stato di Diritto, nel mo­mento in cui viene realizzata, una costruzione di strutture pro­mossa dai liberali. Solo che il ‘garantismo liberale deve avere l’accento sulle parti ancora da garantire, pena il trasformarsi, con maggiore o minore velocità ed evidenza, in un garantismo puramente giuridico formale. La leqge può anche apparire il più naturale strumento operativo del garantismo, ma non può mai pretendere, una volta preso corpo, di svincolarsi dalle esi­genze garantiste che ne sono state alla base e di vivere una vita autonoma. Nella misura in cui questi legami si dissol­vono, una legge, pur giustamente voluta dai liberali, non è più liberale.

Il liberalismo si traduce in un continuo garantismo che, in quanto tale, non è declinabile al passato remoto. Il «garan­tito per sempre» non esiste per il liberale, proprio perché le sfide alla libertà sana sempre nuove e la garanzia di ieri può anche essere la fante della illibertà di oggi.Il liberale si mani­festa nelle garanzie da strutturare e nella verifica di controllo sull’attualità e sull’adeguatezza di quelle già istituite.

Anche l’identificazione del liberalismo con il qarantisrno dun­que si regge solo con diverse specificazioni, e quindi non è una identità. Il garantisrno formale. in sostanza, ha solo il valore di codificazione naturalmente limitata nel tempo, che non esaurisce affatto il percorso del liberalisma e serve piuttosto come boa di riferirnento per segnalare quanta si è fatto e quanto vi sia da con­servare, e, ancor più, quanto vi sia da fare per aumentare la sfera delle libertà umane.

Salo nei termini casi delineati, l’arte di gaverno per il bene camune e il garantisrno delle leggi comunque in vigore, cessano di essere i simulacri, ossessionanti e spesso paraliz­zanti, del liberalismo – oltre che da tempo sempre più sfug­genti – per riassumere il loro giusta ruolo, ancora molto ri­levante anche se più limitato, di possibili momenti liberali.

 

 

lL DISSENSO LIBERALE

Come si è già detto, il tratto congeniale del liberalismo è la lotta permanente ai nodi di illibertà che continuamente si presentano nella vita sociale e nei rapporti tra gli Stati. E’ l’opposlztone a quanto, perdendo la sua dinamicità, restringe l’area delle libertà. Per il liberalismo, il dissenso all’interno della società civile è un insastituibile e caratterizzante mo­menta centrale.

Questo non vuol dire che l’idea di consenso sia invece e­stranea al liberalismo e che pertanto una leadership maggioritaria sia concettualmente esclusa dalla sua area. Significa piuttosto che il dissenso, come principio d’azione liberale, at­tiene al campo dei giudizi critici delle case fatte, della situa­ziane esistente, mentre il consenso concerne il campo dell’azio­ne da fare, degli scarti da colmare. E che, siccome ogni potere porta fatalmente in sé prodromi involutivi, esiste una sola via lunga la quale si può dire che il Iiberalismo eserciti un potere, quella del “contropotere al potere dominante”: un contropo­tere che non è disarmato perché fondato su un consenso di libertà. Il dissenso, dunque, è l’animo del liberalismo politico e le forze politicamente organizzate debbono riscoprirne Ia fon­damentale importanza.

Il dissenso liberale non deve essere mai confuso con la furia giacobina ed iconoclasta. Il dissenso liberale non ricerca il nuovo per il nuovo in quel vortice di insensatezza che rifiu­ta l’esperienza storica. Il dissenso liberale, proprio perché è un motore alimentato dal consenso per le sempre rinascenti esigenze liberali, guarda alla edificazione del futuro e solo attraverso un processo costruttivo dà corpo al superamento delle condizioni esistenti. Il democraticismo giacobino mira invece a «ripetere il maggio senza sapere cosa fare a giu­gno ». Prima di tutto, cioè, mira alla distruzione del presente vissuto come rifiuto esasperato di chi non ha la speranza del domani e di chi, sentendosi sprofondare nell’abisso della emarginazione, si aggrappa convulsamente alla società perfetta come il naufrago ad un rottame.

Il dissenso liberale è cosa profondamente diversa dallo spirito e dalla prassi dell’estremismo perché respinge l’intol­leranza, perché non rifiuta l’esperienza del passato, .perché non sprofonda nella disperazione dell’emarginamento. Respinge l’in­tolleranza perché la stessa convinzione liberale circa l’evolu­zione progressista della condizione umana e sociale (convin­zione che è condizione necessaria dell’esser liberali e che di­viene condizione sufficiente solo con l’impegno a favorire e promuovere quella evoluzione) non può non far scegliere la tol­leranza; tolleranza, d’altro canto, che certo comprende tra le proprie caratteristiche la meditata coscienza del dato empirico in relazione all’impegno di individuare le garanzie risolutive, ma che non può esser gabellata per quella tal prudenza accor­ta e lenta che non rispetta la «condizione sufficiente» della evoluzione liberale ed al contrario è impegno non a prornuo­verla bensì a contrastarla e comunque a ritardarla.

Il dissenso liberale non rifiuta l’esperienza del passato per­ché liberalismo significa appunto comprensione dinamica del reale e quindi acquisizione del dato sperimentale come base del giudizio di adeguatezza, necessariamente continuato, sulle garanzie esistenti e da promuovere, Questo “non rifiuto del passato”, così caratteristico del dissenso liberale, non è pe­raltro fondato sulla incoerenza liberale rispetto ai suoi prece­denti. Il fatto che vi possa essere il consenso sulla ratio me­todologica di certe azioni del passato – anche se, con mag­giore esattezza. si dovrebbe parlare, più che di consenso, di presa d’atto della continuità nell’esser liberali – non con­trasta minimamente con il dissenso della situazione presente.

Innanzitutto l’opera del metodo liberale non può non esse­re incompiuta, e quindi il consenso-presa d’atto sul metodo non preclude il successivo dissenso sul dato empirico contingente­mente risultante. Il consenso sulla conservazione delle libertà si riferisce al futuro perché l’unico modo di conservarle è, non difenderle, ma conquistarle giorno per giorno. Da un altro punto di vista, poi, la stessa insostituibile attenzione per il dato empirico rende evidente che il liberale non crede possi­bile, per alcuno, determinare i fatti sulla base esclusiva del proprio modo d’essere e di agire. Proprio l’esistenza di un nesso di casualità accanto ad uno di causalità, mostra che l’ineliminabile responsabilità delle proprie scelte non coincide necessariamente con il giudizio critico sullo stato di cose e­sistente. Non è perciò possibile parlare di incoerenza del me­todo liberale, che, anzi, ha la proprietà di essere l’unico per cui le applicazioni sono coerenti ai fini. Dove la coerenza deriva proprio da questa sua caratteristica di poter esercitare, in stret­ta analogia allo sperimentare della scienza, un controllo anche sui risultati della sua azione passata, senza mai contraddire se stesso.

Il dissenso liberale non sprofonda neppure nella dispera­zione dell’emarginamento perché intimamente certo della con­quista della libertà giorno per giorno, e dunque consapevolmen­te predisposto all’accettazione del «rischio». nella vita so­ciale, economica e politica, inteso quale autonoma scelta del futuro. Il valore del rischio , infatti, è da rivalutare nella mo­derna società assistenziale e paternalistica, che fa dell’assistenza un supporto alla schiavitù dell’ananimata in nome di uno snaturante concetto di qiustizia. La giustizia non è riducibile ad uguaglianza altro che nella volgarizzazione dei demagaghi. La giustlzla è il liberale attributo complementare del rischio. E’ il riconoscimento che il rischio liberale non è una gara indetta per stabilire quale sia il migliore fra i partecipanti, ma è invece il mezzo per ricercare, attraverso il massimo contributo dei singoli, quale sia la strada rnigliore per allargare la sfera delle libertà umane. La giustizia liberale significa che tutti hanno di­ritto di essere partecipi delle conquiste dei ricercatori più bra­vi e più fortunati; la vita civile, come la scienza, è un gioca di squadra.

 

VERITA’ E SICUREZZA

Il dissenso liberale guarda al futuro e perciò è essenzial­mente “non violento” essendo di per sé la violenza, morale e fisica, una cristallizzazione dell’azione nel presente. Ma que­sto non costituisce, per il dissenso liberale, un alibi a una di­chiarazione di impotenza dinanzi la violenza. Affermando che il liberalismo non è violento, si vuol dire in modo definitiva che non è mai portatore di violenza né di essa causa. Non si vuoi ne­gare che il dissenso liberaie passa o debba mai misurarsi in pro­cessi violenti, in cui si trovi coinvolto al fine di allargare la sfera delle libertà. In tal caso il liberalismo non fa altro che interve­nire, con la sua carica evolutrice verso le libertà, in una realtà che già è in sé violenta e quindi, contribuendo ad eliminare le sacche di illibertà, assicura il superamento della violenza. Del resto, più in generale e nonostante le affermazioni in con­trario del populismo marxista e del solidarismo cattolico. la pa­ce o è demacratica-liberale in senso lato (e allora vive della sua spontanea conflittualità interna) oppure non è pace (perché già minata dai tarli della violenza e della illibertà).

Il dissenso liberale, dunque, è l’infaticabile costruttore del­l’edlflc!o garantista. Un edificio che può apparire ben strano se necessita di una manutenziane continua ed è in perenne tra­sformazione. Il fatto è che, come giustamente ha osservato il prof. Sartori, « la scienza politica non è liberale ma è amica del liberalismo nella misura in cui abitua a ragionare sui fatti, a calcoiare i mezzi» e che per più versi il lìberalìsrno «non è riducibile ad ideologia nella misura (cospicua) in cui è una tecnologia e una ingegneria della politica ». Queste osservazio­ni, che acutamente avviano sulla strada di una corretta collo­cazione del liberalismo, chiariscono i motivi di quella apparente stranezza, di quel continuo ass estarsi dell’edificio garantista. O almeno, li chiariscono se non trascurano – il che non potreb­bero fare senza cantraddirsi – che una tecnologia e una ingegneria non sono, né possono pretendere di essere, una ve­rità comunque valida, proprio perché la verità «non è» della scienza. La scienza «non tratta della verità ma soltanto della sicurezza ».

Non si può cioè confondere il rigore metodologico, la ri­cerca della «sicura» coerenza interna propri della scienza in ciascuna ambito di indagine, con la pretesa, assolutamente an­tiscientifica, della «verità ». Questo sarebbe tanto più assurdo in un’epoca che, mossa dall’importanza dell’oggettivo, ha visto dimostrare con logica scientifica l’impossibilità di formalizzare completamente, e cioé definitivamente conoscere, le risorse dell’intelletto umano e con questo l’impossibilità di raggiungere alcun risultato positivo di ricerca del tutto senza credere in qualche premessa. Per noi questa premessa ineliminabile è il metodo liberale, che è l’unico valore da conservare indefinita­mente e che si fonda sull’utilizzazione dell’errore e dell’eresia come sempre nuova spinta all’indagine sperimentale. Ecco per­ché l’edificio garantista, pur nel suo sforzo di rigore metodo­logico, è così in evoluzione e non somiglia alla compiuta stati­cità dell’opera d’arte.

 

UN CONSENSO NON NECESSARIO

Dal punto di vista dell’impostazione concettuale dei fonda­mentì del liberalismo, non v’è dunque alcun dubbio circa la ne­cessità del ricupero, per un movimento politico liberale, della dimensione cardine del ·dissenso. Questa conclusione viene pienamente confermata se, ponendosi da un punto di vista del tutto diverso, ci domandiamo se esistano, nella realtà politica­ istituzionale del nostro paese, dei punti su cui il liberalismo dovrebbe esprimere il suo consenso e ne sarebbe impedito da una riassunzione del criterio del dissenso. La risposta è, chia­ramente, che non ve ne sono.

E’ abbastanza diffuso, anche fra i liberali, il convincirnen­to, forse epidermico ma non per questo meno radicato, che la logica liberaldemocratica del sistema in atto sia ancora valida al di là di seppur rilevanti smagliature. E’ invece vero il viceversa. Il sistema politico-sociale esistente nel nostro paese, che ha come struttura portante gli strumenti tradizionali della demo­crazia rappresentativa, è andato progressivamente perdendo i legami con i principi e lo spirito della stessa democrazia li­berale, avviando con ciò il nostro paese verso un nuovo sostan­ziale dispotismo.

Il motivo ispiratore delle istituzioni garantiste liberali è il problema di limitare l’esercizio del potere. Ma le strutture del nostro paese non sono ali ‘altezza di questo compito prima di tutto perché non riescono ormai a tener conto di quale sia in realtà il centro vitale del potere dominante e della sua invo­luzione. I principi dell’equilibrio e della separazione dei centri di potere, tipica qaranzia liberale, non sono più realizzati dalle istituzioni in cui si è cristallizzato il nostro sistema. Formal­mente la separazione dei poteri sussiste; ma più che ad un bilanciamento reciproco, si è in presenza di una spartizione del potere in zone di vassallaggio, gelose delle proprie prerogative interne e agnostiche sui modi in cui il potere si realizza nelle altre sfere di influenza. Una siffatta proliferazione, lungi dallo essere un freno all’esercizio del potere e al suo fatale chiudersi in se stesso, è una grave accentuazione qualitativa e quantita­ti va del fenomeno.

Tutta la logica del sistema liberale viene ad essere ro­vesciata, quasi punto per punto. L’istituto della delega, fulcro del sistema democratico rappresentativo, conserva la forma del garantismo, ma ne ha perso il contenuto più sostanziale, vale a dire il rapporto di controllo e di fiducia che solo dà senso e valore alla delega. La classe politica ha sempre più assunto il carattere di «classe-casta” di potere nella misura in cui è an­data perdendo quella legittimazione rappresentativa che la ren­deva il vero gruppo dirigente del paese.

Questo è avvenuto in un periodo storico nel quale l’affer­marsi di nuove più complesse forme di produzione, di svi­luppo tecnologico, di organizzazione della società ha fortemente ampliato l’area di influenza dei tecnici e dei burocrati. Ed è a loro che la classe politica, sempre più occupata in battaglie di palazzo inestricabili, demanda di fatto le scelte generali di ca­rattere socio-economico. Ma i burocrati e i tecnici, per loro stessa definizione non si propongono neppure di cogliere la dimensione politica dei problemi, e, d’altra parte, non hanno quella politica responsabilità delle loro decisioni che stabilisce un corretto nesso di democrazia rappresentativa. Si arriva co­sì, da un lato alla “tecnocrazia “, che è l’espressione dell’in­capacità della classe politica di operare le scelte sulla base di un suo impegno nell’aggregare le domande politiche emergenti nel paese; dall’altro si arriva al “dominio di nessuno” che è, nel corpo della democrazia, il soffocante veleno della non re­sponsabilità burocratica, onnipresente e altrettanto inafferrabile.

Si è di fronte ad una tipica illibertà della società industria­le, aggravata da noi dalla costituzionale carenza di forme as­sociative interne al mondo civile in grado di fungere da corret­tivo. Ed è di qui che ha origine una sorta di repressione, come limite crescente alla facoltà di agire, che nessuno ha sancito, ordinato e voluto ma che pure si rende sempre più manifesto. Una repressione, sia detto fra parentesi, che non ha rapporto, fuorché nominale, con quella marxista, incentrata sulla «vo­lontarietà » repressiva e perciò stesso assolutamente fuori bersaglio nell’interpretare le strozzature della società indu­striale di massa.

Sempre dallo stesso tipo di illibertà, poi, monta anche la collera del paese contro la classe politica considerata come un vero e proprio centro di potere involutivo. Ben si comprende al­lora perché l’opposizione di tipo parlamentare non possa oggi esaurire le necessità del dissenso liberale. Tra il dissenso e  l’opposizione parlamentare corre lo stesso rapporto che c’è tra metodo liberale e una sua forma istituzionalizzata. In que­sto senso è fondato l’aforisma andreottiano secondo cui “il potere logora soltanto chi non l’ha”. Quando il parlamento diviene un momento statico del sistema, tendendo a perdere la sua funzione garantista e a divenire esso stesso il tempio ove si celebrano i riti del potere della classe politica, l’oppo­sizione parlamentare si trova schiacciata dalla corresponsabili­tà, psicologica e di fatto, di colpe non sue senza aver neppu­re il deterrente del potere reale.

 

QUALE STABILITA’?

Non è dunque per una logica liberaldemocratica ormai in­ficiata nei suoi punti essenziali, che il libera!e dovrebbe poter esprimere il suo consenso senza esserne impedito dal ricu­pero della dimensione del dissenso. Per quale altro aspetto di questo nostro presente, si dovrebbe allora manifestare il con­senso liberale? Alcuni potrebbero rispondere: per l’esigenza di una stabilità che si concreti nell’ordine e nella riconosciuta au­torità dello Stato. Sarebbe anche questa una risposta affrettata che non centra il problema.

Sotto un profilo generale, non è possibile dimenticare che la conflittualità caratteristica del liberalismo postula e genera un continuo processo dinamico a garanzia della non chiusura del circuito sociale. Proprio in questo processo risiede la sola stabilità connaturale al liberalismo, perché è l’unica che non con­duca alla perdita della libertà per il cittadino e per il gruppo. Quelli che avessero sottolineato l’esigenza di stabilità, comun­que, non si sarebbero certo voluti riferire al concetto generale di stabilità e di ordine – nessuno che si senta vicino al li­beralismo metterebbe infatti in discussione la portata tlplca­mente liberale dello sciopero – quanto alle sue più contin­genti conseguenze pratiche. I punti cui avrebbero inteso riferirsi sono piuttosto la stabilità economica, l’ordine nelle piazze, il ri­spetto della legge. Impostato in questi termini, il problema è però rovesciato. Non si tratta tanto di invocare il consenso per queste cose, ma di andare alla loro radice. Il disordine nelle piazze, la non stabilità economica, il dissolversi del rispetto della legge non determinano la crisi. ne sono solo il sintomo. Il recupero dell’ordine, il rinnovato sentire l’autorità della legge, seguono il ricupero di certe libertà e la rinnovata scelta morale di riconoscersi nelle regole della comunità. Così la stabilità economica non può essere separata dai problemi più generalì di libertà politica né contrasta fondamentalmente con il concet­to di conflittualità.

Che il problema della stabilità economica possa essere affrontato in questi termini, lo riconoscono del resto anche coloro che sono i più diretti interessati perché sopportano in proprio le dirette conseguenze. Gli industriali privati, nel documento con cui si presentano fra pochi giorni alla loro Assemblea, sostengono esplicitamente che «nelle società in­dustriali le dinamiche di sviluppo si accompagnano spesso a tensioni che non sono indice di situazioni di emergenza. Pre­tendere che le tensioni non esistano o, ancor peggio, sapere che esistono ma cercare di sopprimerle, significa compiere un passo che può portare all’accantonamento di fondamentali llber­tà. L’ordine non è la soppressione delle tensioni, anche se acute: l’ordine è il riconoscimento e l’osservanza delle regole di una società pluralista “. Queste affermazioni, e chi le fa, penso possano rispondere in modo esauriente ai sostenitori dell’ordine e della stabilità ad ogni costo. E potrebbero essere anche un importante contributo ad una rinnovata presa di coscienza civile della classe imprenditoriale se non prevarrà – i fatti lo di­ranno – un’interpretazione di sapore neo-corporativo.

 

SOSTENITORI DEL LlBERALISMO

Il consenso liberale, dunque, non è certo compresso dal dls­senso liberale. Ed è nel dissenso dal discutibile presente che il liberalismo ritrova la sua misura più vera lontano dalla nega­zione marcusiana e dalle paralizzanti adesioni a quel che non c’è più. Di questo il liberalismo politicamente organizzato deve prendere coscienza fino in fondo, perché è per questa via che può riacquistare la capacità di presa, di risposta in termini coerenti ai fenomeni di cui parlavamo all’inizio, in una parola, la capacità di incidere nella società.

Il liberalismo non si preclude l’adesione di nessuna per­sona o gruppo sociale né si prefigge di discriminare, nella ri­cerca di sostenitori, questo o quell’individuo a favore dell’altro. Ciò non toglie, tuttavia, che, proprio per la sua natura di ca­talizzatore di libertà, il liberalismo non possa non rivolgersi con attenzione a quegli uomini, singoli o gruppi, che di volta in volta nella contingenza storica sono più disponibili all’opera liberale della trasformazione socle!e. Un tempo questa atten­zione fu giustamente rivolta a quello stato borghese che incarnava l’intenso sforzo di accelerare la circolazione sociale. In altre epoche e ancor fino ad oggi, il liberalismo non ha più seguito questa sua naturale inclinazione o l’ha seguita con una certa qual distratta sufficienza. E’ stato giustamente detto che in questo secolo l’Italia “é restata priva di una tradizione li­berale perché i liberali non hanno risolto nella loro logica i problemi del movimento operaio, la sola forza che rinnovan­do l’equilibrio sociale potrebbe risuscitare il mito libertario”. Facciamo in modo che un domani non si possa dire che il li­beralismo ha mancato un’altra grossa occasione storica abban­donando a se stesse le nuove larghe forze potenzialmente rin­novatrici degli equilibri cristallizzati dello stato industriale.

Il liberalismo non può disattendere le attese, in parte già coscienti, in parte ancora latenti, dei nuovi diseredati che nella società industriale non sono più poveri bensì i cittadini e i gruppi senza potere e senza organizzazione, tutti coloro che dovrebbero esercitare i controlli e non possono farlo, i giovani che rifiutano di farsi passivamente integrare in un benessere acritico e privo di valori umani. In sostanza, le attese di tutti coloro che sono sempre più incalzati dalle non volontarie, ep­pur ancora fatali, illibertà repressive della società moderna. Co­me è chiaro che per far questo il liberalismo non dovrà ripe­tere il presuntuoso errore di chi ha percorso la strada dell’élite, tentando di ottenere la forza della massa per le proprie idee, quando invece il punto è dare la coscienza delle idee alla forza della massa. E, mi si permetta un inciso, dare la coscienza alla massa è anche il momento risolvente le storture pandemocraticismo che crede possibile allargare l’area della libertà applicando meccanicamente le proprie formule procedurali a settori estranei al loro campo di validità (con ciò stesso facendosi limitatore delle libertà).

 

CONTESTAZIONE E SPONTANEISMO

Non cogliere quest’occasione sarebbe ancor più colpevole per il liberalismo perché questa volta, come si dice, gioca in casa. La tensione prorompente delle spinte rinnovatrici trova la sua validità al di fuori dell’economia, sul terreno della libertà individuale e collettiva. Come è stato detto acutamente • le pressioni coercitive sulle quali il liberale ha portato la sua at­enzione sono diventate più importanti, quelle che ha negletto meno importanti … E’ quindi strano, se è vero, che il liberalismo sia entrato nel suo « declino come ideologia ” proprio quando il mutato equilibrio delle pressioni coattive e sociali rende la diagnosi liberale più attuale ed esatta … “. E’ dunque sul ter­reno politicissimo delle libertà che il liberalismo deve portare la sua offensiva non mancando di rivolgersi in particolare ai qruppi che più forte, anche se più confusa, hanno la volontà di rinnovamento.

Un’intera classe politica è in difetto, e grave, nei rapporti con il movimento della contestazione. Non è possibile prosegui­re ad oscillare tra uno scatto repressivo ed uno sciocco osse­quio. I liberali devono dare l’esempio avviando un confronto critico e serio con questo mondo. Per ora non l’hanno fatto altro che certe pattuglie minoritarie, quasi misconosciute dal grosso.Il merito dei gruppi universitari dell’AGI è appunto l’aver man­tenuto viva la presenza liberale nella rivolta giovanile, restando da soli in prima linea, senza aiuti da quei generali che sono poi pronti – è già capitato – a celebrare in proprio i successi della lungimiranza altrui.

La presenza liberale è necessaria perché la contestazione non veda soffocato da sovrastrutture e analisi originariamente  a lei estranee che il marxismo cerca di imporle, l’anelito liber­tario per la mobilità delle istituzioni che ne costituisce l’ispira­zione più feconda. Ouesto pericolo non si batte con il gatto­pardismo riformistico che al più contrasta il sindacalismo riven­dicativo senza assopire lo slancio contestatore. Si batte assi­curando la circolazione delle idee, l’apertura del circuito socia­le; in una parola rispettando il metodo liberale e dando la si­curezza che non è mutata solo la forma ma la dinamica della società.

La preseza liberale nel mondo della contestazione è co­munque necessaria non soltanto per scongiurare questo tipo di pericoloso errore. Vi è un altro punto di fondo da chiarire: l’illusione che lo spontaneismo sia la più alta forma di libertà. AI contrario lo spontaneismo non è un valore efficace di li­bertà; anche la conservazione e l’egocentrismo sono spontanei eppure non sono liberali. L’autonomia dell’individuo, bisogna ricordarlo ai contestatori giacobini, non è una condizione na­turale o “spontanea”  ma la maggiore conquista umana da rafforzarsi giorno per giorno in quell’impegno-sfida che consiste nell’organìzzare le garanzie per una sempre più complessa ci­viltà di relazione. Quando si vuole realizzare nel finito l’utopia, come vorrebbe il sogno spontaneista e giacobino, la dimensio­ne dell’astratto uccide la libertà.

 

CENTRALISMO E DECENTRAMENTO

E’ qui, sul problema dell’autonomia dell’individuo e del gruppo nella società industriale, che vengono al pettine i nodi distintivi delle diverse pratiche politiche. Di fronte ai problemi e alla domanda che ci siamo fatti in partenza, come di fronte alla critica dello spontaneismo, la risposta più perniciosa è l’i­potesi del centralismo democratico, la più grossa mistificazio­ne di libertà attualmente presente sull’orizzonte politico.

Tutte le forze partitiche hanno forti tentazioni in questo senso. Anche il liberalismo organizzato, che non è immune in talune sue frange, deve immunizzarsi con una salutare analisi coerente ai suoi principi metodologici: guai, di fatti, al liberalismo che per esistere pretendesse, al pari dell’ideologia marxi­sta, di divorare i suoi figli. Ma è appunto il PCI che si identi­fica con l’ipotesi del centralismo democratico. E non a caso questa ipotesi è il nucleo della illiberale risposta «d’ordine» che a tutti i livelli il PCI sta dando ai fenomeni del nostro paese. Come sosteneva la tesi n. 36 della mozione « Presenza Liberale» all’XI Congresso PLI, « l’insormontabile limite storico del comunismo è la assoluta incapacità di far evolvere le società in cui si è affermato verso condizioni più umane, più libere, più giuste … ». Perfettamente conseguente appare perciò la risposta d’ordine del PCI che, su queste fondamenta, sta costruendo i presupposti per la «grande coalizione» DC-PCI. Un’alleanza di potere che sarà la pratica codificazione delle ri­sposte illiberali alle «sfide alla libertà» presenti nella società moderna, e che rappresenta la più pesante ipoteca conservatri­ce sulla società italiana.

La risposta liberale alle illibertà delle moderne strutture è invece in chiave di decentramento politico. Decentramento politico che non deve essere inteso come una struttura per rendere tecnicamente possibile, in un determinato momento storico, degli ambiti decisionali autonomi; ma che è piuttosto lo sforzo di ricerca continua di sistemi sufficientemente mo­bili e modìfìcabi!i tali da rendere attuabile, nell’evolversi dei tempi, la partecipazione dell’indivìduo-cittadino a tutte le scelte che lo riguardano.

Il progresso tecnico-organizzativo della nostra società ri­chiede sempre più spesso accentramenti e correlazioni via via più complesse, tendendo a configurarsi come limite crescente alla facoltà di agire. Il decentramento liberale ripristina questa facoltà, limitando il potere e ristabilendo un corretto tipo di delega dipendente da nuovi canali di partecipazione e di con­trollo (in questo quadro, si noti, il liberalismo non può non guar­dare con attenzione, senza lodi interessate od opposizioni pre­concette, all’evolversi degli interessi politici del sindacato che, seppur con gli evidenti pericoli e difficoltà, può rivelarsi un u­tile correttivo alle insufficienze dei partiti burocratizzati). Il de­centramento politico liberale, insomma ha lo scopo di realizzare nella società delle dimensioni operative tali che le relazioni non siano tanto complesse da impedire di fatto lo stesso comunica­re e da rendere sterile e involutivo l’accentramento tecnico de­cisionale.

 

CONCLUSIONI

Ho dunque cercato di delineare, in relazione alle domande anche contingenti cui si trova naturalmente di fronte il libera­lismo, alcuni concetti base per un nuovo comportamento del li­beralismo politico organizzato. Ciò, nell’espressa convinzione che non si tratti di una palingenesi liberale ma di un necessario ricupero di alcuni principi al fondo. Il discorso, in tutta evidenza, è deliberatamente incompiuto, data anche l’occasione. Vi sono però alcune parti di cui è tuttavia indispensabile sottolineare esplicitamente la mancanza, al fine di non aprire vec­chie polemiche che peraltro vogliamo sperare superate.

L’una è quella del discorso programmatico che di volta in volta deve concretizzare le esigenze liberali. Ricordiamo che il liberalismo è anche una tecnologia della politica. Dunque, se sarebbe un errore voler risolvere l’impegno liberale in una battaglia dei contenuti, sarebbe più grave fermarsi al momento astratto rifuggendo la conclusione empirica, cioé senza indivi­duare criticamente i modi di superare le strozzature delta real­tà. Non si vive di solo pane, ma ancor meno si vive senza pane.

Un’altra parte da ricordare è il rifiuto della pretesa, tipica di un certo ideologismo integralista, di avere come gruppo politico l’esclusiva interpretativa della società. Tutto ‘il dìscorso che sono andato svolgendo spero lasci emergere la convinzio­ne che la forza del liberalismo consiste proprio nel comprende­re e nell’assorbire anche quanto di positivo rappresenti l’espe­rienza altrui. Questo punto è importante perché su di esso si fonda la piattaforma più immediatamente operativa del libe­ralismo organizzato. Il cammino verso una migliore garanzia delle libertà non dovrà essere fatto in magnifica solitudine ma con dei compagni di viaggio, che forse non in tutto hanno inteso la lezione della democrazia liberale, ma che, sia pure con maggiori dispersioni e molte incongruenze, si battono in coscienza anche loro per liberare l’uomo dalla sempre rinascente tendenza a chiudersi della società moderna. Il liberalismo, per parte sua, deve naturalmente aspirare ad assumere la leadership di tutte quelle forze più disposte ad aggregarsi «laicamente» in questo sforzo.

Giunto al termine di queste mie considerazioni, vorrei con­cludere con un auspicio che è un impegno. Il liberalismo poli­ticamente organizzato può avere per sé il futuro, ma deve pro­porsi, come si propone sempre la scienza, non di trionfare ma di continuamente militare.

 

 

 

 

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