IL DIVORZIO, UN FARMACO SALUTARE

 

 

Dopo aver superato negli ultimi anni diversi ostacoli in vario modo frapposti, l’importante battaglia per l’introduzione del divorzio è giunta alla svolta decisiva. La Commissione Giustizia della Camera ha approvato a larga maggioranza il progetto di legge unificato del liberale Baslini e del socialista Fortuna:  entro i primi di giugno, sembra, si passerà in aula per la decisione.

L’imminenza del dibattito parlamentare – che nella nostra struttura democratica costituisce la fase conclusiva del processo decisionale – dovrebbe far supporre che, a tutti i livelli del paese, l’argomento sia stato ormai sviscerato riducendo le posizioni dei favorevoli e dei contrari alle parti essenziali, sfrondate di ogni falso allarme e di ogni argomentazione di comodo. Purtroppo non è così. In alcuni strati della popolazione si ha ancora, del problema del divorzio, un’idea distorta e assurda. Arretratezza di conoscenza e di preparazione di settori della nostra società hanno la loro parte in questo stato di cose, ma ce l’ha anche, se non soprattutto, la propaganda antidivorzista impegnata più a diffondere delle fantastiche paure che ad opporre argomentazioni razionali. La piana esposizione antidivorzista fatta su queste stesse colonne dall’on. Lucchesi, ne è un esempio piuttosto evidente.

Per le forze progressiste che si battono a favore dell’introduzione del divorzio, dunque, la necessità di sfatare certe immotivate paure viene prima, quasi, della pur importante conferma degli irrinunciabili principi di civiltà che ne impongono l’adozione. E fra queste paure ve ne è una principe, prodotto caratteristico di un sottile gioco psicologico degli antidivorzisti che sfrutta la scarsa informazione di alcuni: introdurre il divorzio nell’ordinamento legislativo vorrebbe dire inoculare il virus disgregatore dell’unità della fa miglia.

Agitando questo fantasma, non si fa certo riferimento a concreti dati di fatto o a rilevamenti statistici, che, se mai, stanno a dimostrare il contrario. Si gioca piuttosto sull’immagine di comodo dell’ambiente hollywodiano, che è una realtà molto particolare e ristretta, assolutamente non rappresentativa di una società e di un paese, dove il divorzio è ammesso e dove pure l’istituto familiare ha radici ben più salde che da noi. E soprattutto si gioca sull’equivoco di fare apparire l’istituto del divorzio non come un’opportmnità di risolvere situazioni familiari non più sostenibili, ma quasi come un obbligo diabolico a dissolvere l’unità della famiglia.

Basta uscire dalla nebbia delle credenze emotive, per accorgersi però che le cose stanno esattamente alla rovescia. Senza dubbio la famiglia è la cellula primigenia dell’organismo societario; e senza dubbio è il primo fondamentale anello di un ordine sociale liberamente determinantosi. Una famiglia in crisi, tuttavia, è come una cellula malata in cui il processo degenerativo è giunto ad una fase irreversibile. Tutti sanno quanto sia pericoloso il contagio delle parti malate oon quelle sane. E’ allora necessario, proprio ai fini del mantenimento di un libero ordine sociale, rendere possibile l’asportazione delle oellule malate in modo da non ammorbare l’ambiente in cui vivono le altre sane.

Il progetto di legge liberale e socialista configura appunto un “divorzio serio”, fissando cioè precise garanzie legali per evitarne ogni indiscriminato abuso. Viene data l’opportunità di porre rimedio a situazioni che, nelle vigenti e ormai sorpassate disposizioni di legge, sono irregolari – e quindi fonte di disordine sociale – ma che, pure, rispondono a precise e autonome decisioni dei coniugi che, su un piano di civiltà, non possono essere condannati. Il progetto Baslini-Fortuna non è dunque un attentato all’unità della famiglia o, come è stato detto, un “virus” che accelererebbe la decomposizion della cellula famigliare; è, al contrario, un farrmaco salutare per impedire il progressivo diffondersi del disordine e dell’ipocrisia che contraddistinguomno la società italiana in questo settore.

Diciamolo chiaro una volta per tutte. Proprio i casi Lavorini con i loro squallidi contorni, sono il più spietato atto di accusa nei confronti coloro che, come gli struzzi, nascondono la testa nella sabbia e credono di risolvere il grave problema dei matrimoni falliti semplicemente stabilendo per legge cho, una volta commesso l’errore, non è più possibile correggerlo. Vergognarsi delle proprie malattie è sintomo inequivocabile di arretratezza e di scarsa civiltà; una società sana guarda coraggiosamente in faccia i suoi difetti e cerca di parvi rimedio per quanto possibile.

Nel caso in esame questo rimedio e senza dubbio il divorzio. Se un matrimonio è fallito, nessuno puè obbligare al divorzio i coniugi. Se questi, per particolari opportunità, o convinzioni religiose, non vogliano divorziare non lo faranno, ma neppure porteranno disordine nella società con complicati affetti oxtra­famigliari perchè hanno liberameµte scelto di restare fedeli al legame coniugale. Se invece, fallito il matrimonio, i coniugi desiderano ricominciare una propria vita, lo potranno fare senza ricorrere ai meschini sotterfugi e alle finzioni delle relazioni irregolari.

Anche per i figli sarà meglio così, pur nella sfortuna di essere il frutto di un matrimonio fallito. Il penoso spettacolo degli inganni reciproci, lo stato di continua tensione, di profonda esasperazione, magari i violenti litigi, non creano certo un ambiente consigliabile per un’educazione ed una formazione equilibrate. Un divorzio serio e responsabile è  sicuramente preferibile all’ ipocrisia del “divorzio all’ italiana”.

Che poi antidivorzisti si preoccupino soprattutto di diffondere “apocalittiche paure”, non è casuale. La realtà è che, se dovessero esporre argomenti positivi contro l’introduzione del divorzio, dovrebbero fare considerazioni valide solo per una società chiusa, con chiaroscuri medicevali, dove è legge il conformismo deteriore dolle apparenze. Della morale di una società siffatta, l’antidivorzismo è davvero l’ultima spiaggia.

Introduciamo il divorzio, dunque. Sarà un’altra pietra miliare nella lotta del popolo italiano per un’organizzazione dello Stato moderna e articolata, capace di prevenire il disordine sociale e il dilagare delle unioni irregolari. Così facendo non si innalzeranno nuovi storici steccati di natura religiosa. Gli spiriti più aperti dei cattolici e schiere sempre più larghe di uomini di Chiesa si sono dichiarati a favore di una legislazione divorzista: il cittadino credente, in ossequio alla propria coscienza, non ne farà uso; il cittadino non credente sarà libero di farlo.

Non siamo alla vigilia di rigurgiti anticlericali, como vorrobbero in fin dei conti far credere democristiani e missini significativamente alleati nel difendero la loro “ultima spiaggia”. Si è solo alla vigilia di un ordinamento migliore e più giusto che porterà il nostro paese al livello di quelli civili e permetterà di risolvere, nel rispotto dell’ordine socialo e della libertà individuale, tante situazioni drammatiche. Perchè il divorzio, per la nostra società, è un farmaco salutare.

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