Barberini numero due

Dell’ipotesi di  una scissione tipo Palazzo Barberini, si è discusso forse per la prima volta in pubblico, i primi di marzo al Consiglio  Nazionale del PLI. Era la minoranza “Presenza Liberale” che sottolineava come la Segreteria Generale sembrasse essere solo in attesa di un evento del genere. Da allora sono passati due mesi e della cosa parlano ormai tutti gli ambienti politicl: dai settimanali di larga diffusione agli ambienti socialisti, e, fra questi ultimi, da Angrisani (alla Camera ha detto che l’unificazione è fallita) al ministro Brodolini (in un’intervista ha dichiarato che Ferri lavora per  la scissione).


Non si può dire oggi con matematica certezza – anche se ve ne sono diversi indizi – se vi sarà un secondo Palazzo Barberini. Una cosa però resta incontrovertibile. L’idea e i contatti per la scissione ci sono stati e ci sono. E fin qui nulla di strano: nella storia dei movimenti socialisti le scissioni hanno rappresentato anche episodi positivi (vedi Palazzo Barberini numero uno).

Quello che preoccupa è invece la logica intorno cui ruota finora la “operazione scissione”, sia negli ambienti disponibili o comunque in attesa, sia in quelli contrari. L’idea base per le grandi manovre scissionistiche ( e ispirate molto in alto) è l’anticomunismo modello ’48; l’idea base delle posizioni avverse è che la scissione porterà sulle reazionarie posizioni liberali.

Tutto ciò è, purtroppo, una riprova dell’atmosfera sclerotizzata in cui vive la politica italiana. Continuare nella situazione attuale a ragionare, dall’una e dall’altra parte, in chiave pro e anti PCI oppure persistere nell’avallare l’identificazione di comodo liberali-potere conservatore, vuoi dire, in termini politici, aver  perso ogni nesso con la reale dinamica delle cose.

In Italia , ormai  dovrebbe essere  chiaro,  v’è  una  crisi  nelle  istituzioni che, prima  di tutto, è una crisi di credibilità civile e sociale; al tempo stesso sono sul tappeto, ancora non risolti, i gravi problemi economico sociali delle aree meridionali e delle aree depresse. In questo quadro il dissenso, che di per sé  appare del tutto legittimo, assume aspetti ogni giorno di più preoccupanti perché, snaturandosi progressivamente, veste i panni della violenza anarchica e incontrollata. Nel dopoguerra certi tentativi comunisti di giocare la carta della forza e dell’intìmidazione furono frustrati, in parte dal fatto che il nostro paese era nella area occidentale (e Stalin credeva coerentemente nei blocchi) ma in parte anche dalla possibilità dei governi di allora di ben distinguere i nemici della democrazia, i centri vitali di una protesta strumentalizzata ed esasperata in partenza. Oggi il nemico è molto più sottile, inaffferrabile, potnzialmente più diffuso e, soprattutto, largamente estraneo al mondo de partiti.

Sullo spartiacque rivoluzione – riforma del sistema, una volta escluse alcune moderate frange d’estrema sinistra (in .particolare dello PSIUP) e di estrema destra, praticamente tutto l’arco  partitico è grosso modo  dalla parte delle riforme: più o meno coerenti, più o meno  efficaci, più o meno demagogiche, ma nel complesso nell’ambito costituzionale .

La rivoluzione o il putsch non sono nel novero dei disegni politici meditati nelle aule parlamentari: Questi disegni, se trovano la loro potenzialità nella vulnerabilità stessa della societa industriale, trovano le loro possibilità effettive principalmente   fuori, nella «società del malessere”. Ed è qui che bisogna intervenire per far fronte alla crisi.

La pretesa di agire solo a livello parlamentare è sbagliata due volte.

In primo luogo perché oggi, piaccia o no, le forze in parlamento sono solo in parte capaci di esprimere le posizioni esistenti nella società. Proprio perché è irnpossibie ogni identificazione automatica della contestazione con certe fore politiche, è illusorio pensare di combattere quella isolando queste ultime in parlamento; e, dalla parte opposta, è ridicolo pensare di battere i potenti qruppi reazionari e conservare mettendo nel ghetto il PLI che con quei gruppi non ha che vedere (e non solo ideologicamente). ln secondo luogo, perché un’azione solo parlamentare risulta, al tirar delle somme, gravemente dispersiva rispetto all’impegno (che è l’unico serio ed efficace) di riconquistare valori capaci di far superare la crisi. Se ci si continua a baloccare con le formule stantie, va a finire che i nazi-maoisti arriveranno veramente sotto casa.

Palazzo Barberini numero due ci sembra dunque che non avrebbe i positivi effetti del numero uno. E’ molto probabile anzi, che le conseguenze sarebbero più negative che positive. Alcune sono evidenti. Seppellito il centro-sinistra, o porterebbe ad accelerare le prospettive conciliari oppure porterebbe ad un governo di classica struttura centrista che, per il tipo di scissione socialista e per le sue stesse motivazioni (la questione dei rapporti con il PCI), sarebbe interpretato dall’opinione pubblica come una decisa sterzata verso posizioni conservatrici. Questo rafforzerebbe il PCI nell’accreditare la tesi del blocco storico  politico culturale, per vincere i tentativi della “destra reazionaria”: faciliterebbe, al tempo stesso, una operazione di ortodossia del PCI nei confronti dei gruppi più ribelli e una ulteriore crescita elettorale comunista. Le conclusioni   sarebbero cioè in totale contrasto con le premesse della scissione.

Un’altra conseguenza, che in pratica ccnsoliderebbe i pericolo ora segnalati – sempre nell’ipotesi che non si marciasse ancor più speditamente verso la prospettiva conciliare – sarebbe che ancora una volta i liberali sarebbero indotti a prendere parte, più che ad un governo, ad una ” giunta di stato”, in posizione subordinata, irrilevante, come dei sopportati che non hanno diritto di metter bocca.

I liberali parteciperebbero così ad un governo senza essere in grado di indirizzarne le scelte: non sarebbe neppure una novità. E invece, le scelte liberali sono la via obbligata per uscire dall’impasse in cui si trova oggi la nostra democrazia, che soffre appunto per una crisi di “libertà” della società civile.

Questa via può passare o non passare attraverso un’esperienza di  partecipazione al governo. Di certo passa attraverso quanto hanno cominciato ad indicare alcune forze del PLI: una effettiva presenza di tesi riformatrici liberali “nel” paese e un impegno “con il” paese da parte di tutti coloro che vogliono ricostruire uno stato ispirato ai valori della democrazia liberale.

Questo un governo meccanicamente neo-centrista, difficilmente potrebbe farlo .

La via delle scelte liberali, insomma, non passa per Palazzo Barberini numero due.

 

 

 

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